venerdì, 15 settembre 2006
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L’armonia dell'essere e del suo
habitat ha origine nel giusto
modo di pensare
Conferenza di Nereo Villa tenuta a Pescia il 14 maggio 2006
 
La perturbazione dell’equilibrio ha radici antiche, talmente antiche che si perde nei misteri della vita, e precisamente nelle cause della irregolare connessione fra il nostro mondo dei sensi e quello delle idee.
La causa della noia nell’uomo di oggi è un sintomo che procede da un antico disordine che si è prodotto in noi, e che noi fatichiamo a rimettere a posto. La noia è come una questione di sangue che perde la sua vitalità (in senso sociale si potrebbe dire anche di moneta che perde il suo valore di acquisto, in quanto la moneta è il sangue del mercato, ma occorre procedere per gradi e a partire dal profondo dell’essere umano). Tale disordine è espresso in modo meraviglioso nel libro della Genesi attraverso le parole che lucifero, che è il massimo dio del sangue e dell’ira, dice all’uomo quando lo vuole tentare e sedurre: “I vostri occhi si apriranno e voi distinguerete il bene dal male” (Genesi 3,5). Ovviamente qui non si tratta solo degli occhi fisici ma di tutti i sensi, cioè dell’aprirsi della fontana di tutti i sensi, tant’è vero che “aìn” in ebraico non significa solo “occhio” ma, appunto, anche “fonte”, “fontana”.
Aìn è anche la 16ª lettera dell’alfabeto ebraico. Prima vi è “samék”, la 15ª lettera. Poi vi è “aìn”. Samèk significa serpente. Aìn significa occhio e fontana. Se si fa il collegamento con le carte dei tarocchi abbiamo nei due arcani, cioè nel 15° e nel 16° arcano, rispettivamente il diavolo e la torre. La torre è la legge, la Torà, ed il tarocco della torre è espresso come una torre che si infrange. Infatti l’opera del serpente tentatore arriva a fare infrangere la torre, la legge protettiva, e da ciò scaturisce tutta l’attività dei sensi.
Da quel momento l’uomo incomincia a diventare cretino, cioè un handicappato. Ma è giusto che sia così. Perché solo grazie a ciò, cioè solo grazie all’azione luciferica, egli può poi conquistarsi la libertà. Ma la libertà da che?
Per conquistare la sua libertà, l’uomo deve incominciare a immaginare come sarebbe il suo percepire e il suo formare concetti se non vi fosse stato l’intervento luciferico. Senza lo schiudersi dei sensi, cioè senza il percepire, il suo pensare sarebbe stato conforme alla torre protettiva, cioè alle leggi cosmiche. L’universalità del pensare lo avrebbe protetto, però non sarebbe stato libero di scegliere l’universalità, cioè la conformità alle leggi cosmiche.
Oggi l’uomo è diventato cretino proprio perché invece di imparare a scegliere fra logica astratta (astratta dai sensi, cioè fra i vari filosofismi teoretici e ciarlieri, ecc.) e pensiero conforme alla realtà, continua ad accogliere la tentazione e la seduzione luciferica. E ne è talmente sedotto che “ragiona” (ragiona fra virgolette) secondo un PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE riguardante appunto i sensi e le relative rappresentazioni che tramite le impressioni sensoriali si fanno concetti e idee. Uso il termine “giuridico” perché questo pregiudizio riguarda l’uguaglianza e leggi. E cercherò di spiegarlo partendo appunto dalle radici antiche della perturbazione dell’equilibrio.
L’armonia dell’essere e del suo habitat non è risolvibile giustapponendo elementi naturali ad altri o solidarizzando in nome della natura con naturisti in merito al tema del rispetto dell’ambiente, per sperimentare assieme o consolidare la svolta nell'uso quotidiano delle energie e delle risorse, ecc.
Tutto ciò fa ancora parte dell’imbecillità dell’attuale uomo senza meraviglia, che continua ad annoiarsi. E si annoia perché solo attraverso la meraviglia e la venerazione, egli può scorgere l’armonia, in quanto la triade di meraviglia, venerazione ed armonia genera l’uomo del futuro. Tutto il resto è davvero noia, e noia mortale. Perché si muore.
Invece l’antica perturbazione dell’equilibrio ha fatto sì che l’uomo arrivasse fino al cuore di quel grosso pregiudizio, e non si scollasse più da lì. Infatti preferisce giustificare le guerre piuttosto che disfarsene. Perciò è cretino: considera il pensare una sua proprietà e perciò è talmente assatanato che si fa avversario dei ragionamenti altrui fino alla loro soppressione attraverso la soppressione del suo prossimo.
Ma la ragione, cioè la facoltà di pensare, non è da considerarsi proprietà dell’uomo. È un errore luciferico considerare la ragione proprietà personale. L’uomo non è il proprietario della sua ragione. La ragione è sua perché lui la fa sua. I pensieri che io esprimo sono tutti fuori di me. Io non faccio altro che contemplarli. Li guardo in ogni momento e me li prendo, assumendoli come miei e riservandomi di assumerne altri migliori quando questi non funzionano più. Ovviamente il cretino cronico non coglie altri pensieri, ma questo stadio di imbecillità è di totale mancanza di meraviglia, di venerazione e di armonia, lo porta poi alla massima noia, in quanto è assolutamente convinto che tutto sia relativo. Per costui il credere nel proprio pregiudizio di possesso del pensare è assoluto e relativo al contempo.
Si crede insomma che i pensieri nascano in noi.
Noi invece riflettiamo il mondo delle idee proprio in quanto esse sono fuori di noi. Il nostro cervello, e tutto il nostro impianto sensoriale è infatti come uno specchio. Speculare, rispecchiare, significa appunto rispecchiare qualcosa che sta fuori dallo specchio.
Solo immaginando il nostro sistema nervoso prima dell’apertura dei sensi è possibile capire il senso della legge. La torre protettiva della legge protegge ancora l’uomo secondo tale senso, fuori dal quale si entra nella legge astratta dell’imbecillità generale in cui è totalmente assente la triade di meraviglia, venerazione ed armonia.
Per proseguire questa considerazione, ovviamente non si può procedere in modo meramente intellettuale, perché in tal modo meramente astratto non si perviene a nulla. Se infatti si osserva l'uomo secondo lo schematismo astratto delle solite concezioni materialistiche, per esempio attraverso gli attuali libri scolastici della cultura di Stato, l'uomo appare effettivamente come un grande apparato digerente, che mangia, digerisce, e produce escrementi. D’altra parte, attraverso la mera contemplazione astrattamente filosofica non si riesce vedere - ci si guarda bene dal vedere - dietro ogni elemento sensibile, dunque anche dietro gli escrementi, una controparte spirituale. Se si fosse in grado di aprire gli occhi percependo i collegamenti possibili del pensare conforme alla realtà, finirebbe ogni diatriba sul “non io”, infatti il “non io” apparirebbe come controparte regolare dell’escremento. Solo un malato mentale potrebbe infatti attribuire l’io all’escremento.
Eppure il problema del “non io” non lo si risolve, ed ogni filosofia teoretica preferisce sostenere che tale problema irrisolto è in definitiva la prova che il pensare umano non può arrivare alla realtà della cosa in sé, essendo soggettivo.
Così da un lato abbiamo il pensare inconcludente della filosofia teoretica e dall’altra abbiamo necessariamente l’altra faccia di questa stessa medaglia, vale a dire il materialismo dialettico.
Se poi si cerca di capire ulteriormente l’uomo secondo il materialismo scientifico dei testi scolastici, vale a dire l’uomo inteso come mangiare, digerire e defecare (e che è la cura principale per la maggioranza degli uomini), facendoci aiutare dai testi teologico-biblici ci si accorge che tali dinamiche esistono unicamente per il fatto che, appunto, a causa dell'influsso luciferico, avvenne il mangiare la mela, o la foglia, e che se nella genesi dell’evoluzione umana non ci fosse stato lucifero, l'uomo attuale non mangerebbe, non digerirebbe, e non assimilerebbe le materie così come fa oggi.
Questo per dire che tutto ciò che in senso materialistico si considera oggi essenziale nell’uomo non è altro che il prodotto di un’azione puramente luciferica, grazie alla quale l'uomo ha cominciato ad accogliere in sé alimenti grossolani.
Con ciò possiamo sapere che non eravamo assolutamente destinati ad accogliere alimenti grossolani, dato che questo fatto causò, attraverso la seduzione luciferica, la cosiddetta cacciata dal paradiso. Essere in paradiso significa infatti essere un’entità spirituale che non ha assolutamente bisogno di accogliere alimenti fisici e di elaborarli in sé, perché questo è appunto la cacciata dal paradiso.
Dunque ciò che alla maggior parte de materialisti appare oggi come il massimo piacere (mangiare, digerire, ecc.) è appunto la cacciata dal paradiso.
Non siamo stati puniti solo dal fatto di dover accogliere e assimilare alimenti materiali, ma siamo stati doppiamente puniti, dato che ciò che nei simboli biblici apparve ai primi uomini come massima perdita, vale a dire la vita fisiologica divenuta necessaria dopo la cacciata dal paradiso, per la maggioranza delle persone si e convertito nel godimento massimo.
Siamo talmente cambiati che l'esistenza fuori dal paradiso è diventata per noi il massimo! Il massimo del godimento!
Doverci rendere conto di queste cose, è certamente un po’ strano. Però dobbiamo pur farlo prima o poi. Perché se non si colgono mai i collegamenti fra cose, come si fa a cogliere il senso dell’universalità delle leggi cosmiche o anche di una qualsiasi legge?
Ecco perché il rapporto fra il nostro io e le nostre tentazioni, il nostro rapporto col cotechino, col vino, la torta, la pasta asciutta, ecc., tutto ciò non è per nulla in ordine.
La perturbazione dell’equilibrio ha, appunto, radici antiche, ed oggi l'uomo è più egoico di quanto dovrebbe essere.
Come si fa allora per aggiustare il guasto?
Il rapporto lo possiamo rendere regolare quando con saggia, energica e paziente autodisciplina, ci appropriamo della triade prima accennata, cioè delle facoltà della meraviglia per come sono le cose nel mondo, della venerazione per ciò che scopriamo, e del sentimento di saggia armonia.
Osservando in modo spassionato allora la posizione che prendiamo di fronte alle nostre tentazioni, abbiamo l’impressione di aver preso una giusta posizione nella misura in cui avvertiamo l'io sempre più in grado di annullare ciò che era penetrato tramite l'influsso luciferico.
Ci accorgiamo di essere sulla strada giusta in quanto quasi ansimiamo dalla fatica di afferrare il puro pensiero dell'io. E ci sentiamo perfino mancare il fiato allora quando prendiamo la parola, perché la difficoltà di arrivare all'io, anche solo come pensiero da esprimere, è notevole. E questo è niente, rispetto poi alla difficoltà di fare realmente saltar fuori l’io dal pensare, dal sentire e dal volere.
Quando viviamo nel modo solito, la nostra interiorità è percorsa da estrinsecazioni di pensiero, sentimento e volontà, ed anche da molta bramosia, proprio perché col nostro io siamo mescolati e mai separati da pensare, sentire e volere.
Ciò che invece raggiungiamo attraverso meraviglia, venerazione, armonia e devozione è il contrario: riusciamo a starne fuori, e stare fuori dal pensare, dal sentire e dal volere, significa poterli guardare, come si guarda qualunque altra cosa fuori di noi.
Nella misura in cui riusciamo a meravigliarci per qualcosa di questo processo, cioè di qualcosa di questa dinamica di identificazione, quelli che credevamo essere i “nostri” pensieri ci diventano ora indifferenti: ce ne disidentifichiamo, e li percepiamo finalmente come sono: cioè esattamente come oggetti fuori di noi. Ce ne liberiamo. Non diciamo più: “io ritengo”, “io penso”. Ed anzi “ritengo” ci fa immediatamente ridere, perché ci fa subito venire in mente il contrario del liberarci, esattamente come immaginare il processo del defecare, ritenendo. Non si può ritenere. Ci si libera. Si parla: ci si libera. Si gioca: ci si libera. Il nostro corpo diventa come uno strumento musicale, per cui si suona, e ci si libera. Si riflette attraverso lo specchio che abbiamo nel cranio, ma poi finisce lì. Siamo liberi.
E si osserva il nostro pensare come un processo che veramente non ci riguarda assolutamente.
Lo stesso deve accadere per il sentire e il volere.
Tutto questo è possibile. Dobbiamo solo deciderci a provare, almeno una volta, a sperimentarci interiormente, così come eravamo destinati ad essere, prima della grande tentazione. Ovviamente questa è una scelta impossibile se si ritiene di essere oramai incarnati e imprigionati nella materia. Però ci si può anche liberare interiormente. La libertà è una questione di pensiero ed il pensiero è antimateria.
Possiamo senz’altro figurarci qualcosa di simile come un ideale, ma non come un’utopia irraggiungibile, bensì come qualcosa che può essere attuato. Perché in realtà portiamo con noi - e si tratta solo di percepirlo - una specie di doppione di noi stessi, che ci è attaccato come una cozza, che crede di essere l’autore del pensare che percepisce, e di averne il copyright, cioè il diritto di copia, il diritto d'autore.
Ma l'uomo è effettivamente così amalgamato col suo pensare, sentire e volere, che gli è straordinariamente difficile uscirne, e andare per il mondo col sentimento di andare per il mondo portando sempre con sé un secondo individuo che gli sta attaccato: perché costui è cresciuto con noi.
Ma prima o poi ci appare come una specie di “doppio” di noi stessi: qualcuno che pensa, sente e vuole accanto a noi, mentre noi siamo altro. Siamo ciò che siamo nel nostro io, e camminiamo vicini a ciò che portiamo in giro come una trinità fatta di tre sacchi: il primo riempito del suo pensare, il secondo del suo sentire ed il terzo del suo volere.
E finché non riusciamo a tradurre in pratica questa “teoria dei tre sacchi” non possiamo farci la giusta idea della posizione dell'io di fronte a pensare, sentire e volere, così come essa era originariamente intesa dagli esseri divini, prima che l'influsso luciferico si accostasse all'uomo.
Di conseguenza non possiamo esplodere dalla felicità se non troviamo la nostra giusta posizione. Perché noi, in quanto esseri umani, e non in quanto teoretici del nulla o del filosofismo di Stato, eravamo destinati ad essere gli spettatori di noi stessi, non a sperimentarci interiormente.
Non che, beninteso, sia un male sperimentarci interiormente. Anzi, è un bene. In quanto tutto poi si è riciclato in bene grazie all’avvento dell’io, prima del quale l’uomo indicava se stesso in terza persona singolare o plurale, più o meno come un faraone o un papa, o come l’umanità protocristiana: “l’anima mia magnifica il Signore”, “il mio spirito esulta in Dio mio salvatore”, ecc.
Ma di fatto oggi siamo riusciti a crocifiggere anche questo, quindi il compito della filosofia è scemato per due motivi: il primo è che non c’è più, appunto, l’esperienza interiore, vale a dire l’esperienza del concetto, e il secondo perché non vi sono più idee filosofiche, in quanto tutto è già stato detto. E la maggior parte dei filosofi attuali è imbecille. Ed anche se la tentazione c’è, non è mai consigliabile affrontare oggi una diatriba con un imbecille: perché ti porta al suo livello e ti batte con l’esperienza…
In che cosa consisteva la vera e propria tentazione originaria? Lo dico nel modo più familiare possibile e parafrasando un po’: consisteva nel fatto che lucifero si avvicinava all'io che l'uomo doveva mantenere puro assieme a ciò che si animava interiormente, e diceva “O uomo, guarda che andare in giro con l’“io sono” e limitarsi a guardare tutto il resto, è noioso, mentre è molto più divertente tuffarsi in ciò che ci anima. Ed io posso darti la forza d'immergerti massimamente in tutto ciò che ti muove, cioè nelle tue emozioni, perché il vero piacere è quello, e tu non resterai fermo e unilaterale col tuo io, limitandoti a guardare il tuo doppione, ma ti immergerai in lui. E se l’immergerti così nel massimo del godimento, ti da’ come il senso di annegare, perché senti che ti viene a mancare qualcosa, non preoccuparti: perché ti risarcisco io dandoti un po' della mia forza”.
Allora l'io si immergeva, e affinché non annegasse, gli veniva inoculata la forza luciferica.
La forza luciferica che l'uomo ha accolto così, è la preponderanza dell'io sulla sua egoità, è la maggiore egoità, propriamente un aspetto luciferico.
Ma che cos’è in realtà? Come ci appare nella vita?
Questa nostra eccessiva egoità ci appare innanzitutto nel fatto che siamo appunto massimamente amalgamati con i nostri pensieri, con i nostri sentimenti e con i nostri impulsi volitivi.
Prima di tutto, coi nostri pensieri. Davvero l'uomo non sarebbe mai arrivato alla stramba idea (perdonate questa espressione, un po’ matta ma appropriata) di possedere una ragione in se stesso, di pensare i pensieri in se stesso.
Avrebbe invece saputo che i pensieri sono fuori di lui, dunque che lui può guardare il pensiero, osservare il pensiero. E fino a quando non gli fosse stato rivelato ciò che è inteso col pensare, l’uomo avrebbe sempre contemplato.
Questo è descritto, per esempio, nella “Filosofia della libertà” di Steiner: l'uomo non sarebbe mai arrivato all'idea di dover connettere insieme ogni sorta di pensieri, di dover giudicare in sé. Il giudicare in sé, indipendentemente da ogni rivelazione, è lucifericità in noi.
Così tutta la ragione, in quanto l'uomo la considera come sua proprietà, è in realtà un errore. Ed il fatto che all'uomo sia venuta in mente l'idea di possedere una ragione sua è solo conseguenza della seduzione luciferica.
Ora si comprende che la ragione umana, nella misura in cui sorge per tale seduzione, non può essere assolutamente competente per la comprensione umana della realtà.
È dunque del tutto normale che appena qualcuno si appoggi alla sua ragione pretendendo di comprendere la resurrezione nel mistero del Golgota, deve semplicemente cancellare la sua ragione, perché tutto ciò che la ragione dice è in contraddizione con la resurrezione.
Come infatti si può pretendere che il mistero del Golgota - che riguarda un'azione che non doveva essere intrecciata con elementi luciferici, e che doveva stare totalmente fuori della sfera di lucifero e che, anzi, avviene per vincere la sfera del dominio luciferico – possa essere compreso con ciò che gli viene da lucifero, cioè con la sua propria ragione?
Dunque è assolutamente naturale il fatto che con la nostra ragione queste cose non si possano mai comprendere, perché la nostra ragione è un dono luciferico e non è adatta a comprendere le cose che non siano connesse con l'azione di lucifero.
Questo è il nesso più profondo di questo fatto.
Se il mistero del Golgota fosse comprensibile con la ragione umana, allora non ci sarebbe stato bisogno che il mistero del Golgota avvenisse. Sarebbe stato perfettamente inutile.
Esso è avvenuto appunto per pareggiare quello spostamento di acque emotive che si era prodotto a causa di quel grande tuffo o immersione, cioè dell'influsso luciferico.
Il mistero del Golgota avviene appunto per curare l'uomo da quella singolare presunzione, da quella strana superbia della ragione, che si estrinseca nel fatto che l'uomo vuol comprendere tutto con la sua ragione.
Questo è il punto che ci può far intendere com’è che la ragione, in quanto tale, sia da considerarsi veramente limitata.
Io protesto sempre contro l'asserzione che la CONOSCENZA umana sia limitata. Però non posso negare che la ragione, come tale, è limitata.
Se ora osserviamo “l’armonia dell’essere e del suo habitat” allo stato attuale, riconoscendo da dove è veramente cominciato l'originario disordine, ci accorgiamo che il “giusto modo di pensare” non consiste solamente nella riparazione che possiamo fare in merito all’eccesso di egoità. Essere meno egoisti non è la soluzione. Sarebbe anche giusto. Ma occorre anche considerare che il luciferismo, cioè la preponderanza dell'io nell’animarsi interno e nel mescolarsi impuramente con pensare, col sentire e col volere, genera nel tempo - e qui si parla non solo di secoli, né di millenni, ma di eoni, cioè di una durata abbastanza lunga - una discreta abitudine per cui il fenomeno dell’equilibrio turbato diventa abitudine. Diventa la norma. Il fenomeno è sempre il medesimo, cioè non aumenta più di tanto: non va più in là, ma avviene come quando si picchia sopra a una palla elastica, e il colpo va solo fino a un certo limite, dopo il quale la palla rimbalza.
Cosa succede allora?
Succede che la situazione si inverte, e l’abitudine, rimbalzando come preponderanza nell’animarsi interiore dell’egoità, diventa preponderanza rimbalzante della fisicità. Il corpo fisico stesso rimbalza assieme all’abitudine divenuta vitale, vitalità.
Che cosa li fa rimbalzare?
Li fa rimbalzare il fatto che mentre fino a un certo punto ha agito lucifero per dare il colpo all’“l’armonia dell’essere e del suo habitat”, dall'altro lato, nel corpo fisico dell’uomo e nella sua vitalità, il colpo viene rimandato da mefistofele.
Così che effettivamente nel centro dell’uomo mefistofele e lucifero vengono a cozzare insieme.
OGGI NELL'UOMO C’È UN PUNTO DI MEZZO, UN PUNTO PRECISO IN CUI QUESTI DUE DIAVOLI (che sono poi uno solo, ma, come si sa il principio della diavoleria è poneròs, cioè la divisione) lucifero e mefistofele (“mefistofele” è il nome che gli da’ Goethe; Manzoni lo chiamava “arimane”, Paolo di Tarso lo chiamava “belial”, e i vangeli in genere chiamano questo secondo principio diabolico a volte “mammona” e a volte “satana”) SI INCONTRANO.
Dunque abbiamo ogni momento a che fare con queste azioni di forze.
Abbiamo a che fare con esse proprio in quel punto in cui avvertiamo la preponderanza della fisicità, appunto là dove troviamo l’elaborazione delle materie, l'ingestione dei cibi, la loro assimilazione e la loro eliminazione.
Ecco perché Belzebù (baal zebùb), dio dello sterco - e per metonimia il dio delle mosche - sovrintende all'ingordigia. Ed ecco perché mandare al diavolo qualcuno e mandarlo al gabinetto sono da considerarsi oggi come una vera e propria cura dell’anima, nella misura in cui ci perdiamo nei meandri dei vari filosofismi ciarlieri e delle varie vanità intellettuali.
Per costoro non può esservi che un’unica e inderogabile terapia: andare a cagare.
Da questo punto di vista Sgarbi non è maleducato: è semplicemente sano.
Cioè dobbiamo imparare a liberarci dei paroloni, del linguaggio libresco, delle false logiche, cioè di ogni antilogica mascherata da paroloni, ed in definitiva della logica contro l’uomo.
A questo punto, dato che incominciamo a liberarci un po’, ci viene allora incontro la reale necessità di indagare, appunto, la natura di ciò che veramente è in noi materia, sostanza sanguigna, sangue inteso come reale veicolo dell’io umano, e poi i sensi, cosa essi sono, per esempio il senso dell’orecchio per intendere, il decadere dei sensi e il loro generare tanto la vita insensata e squilibrata quanto l’esigenza della vita spirituale, in modo da comprendere in profondità il PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE prima accennato generatore di disarmonia, e in modo da imparare così a portare in noi un nuovo “oro-scopo”, ma inteso come scopo dell’oro, cioè una nuova riserva aurea interna.
Dall'origine dell'evoluzione terrestre, l'elemento che accomuna gli uomini è il sangue. Ciò è denotato anche dall'importanza delle generazioni, così come esse sono scrupolosamente tramandate dai testi antichi, per es. "Tizio, figlio di Caio, figlio di Sempronio, figlio di ecc.".
Senza l'intervento luciferino, il sangue, così come era destinato nell'uomo, sarebbe rimasto una mera forza formatrice, cioè per usare il termine tecnico esatto una forza eloim. "Im" è la desinenza plurale di "el", o di "al", "eloàh", "allàh", ecc, da cui viene anche ogni idea di altezza, alto, altero, ecc. Gli eloìm biblici erano 7.
Se l'uomo avesse conservato il suo antico sangue delle origini, sarebbe stato tale da sentire in sé i sette elohim biblici, cioè avrebbe sentito il suo io come una entità settemplice, di cui Yhwh sarebbe stato un elemento, anche se l'elemento principale.
Se dunque tutto fosse andato come doveva, vale a dire se il nostro sangue non fosse stato guastato da lucifero, avremmo dovuto sentire tale settemplicità come l'immettersi dei sette elohim formativi nell'io.
Oggi è relativamente facile appropriarsi della conoscenza della settemplice natura umana. Però, a parte le sette trombe dell'apocalisse, e la numerologia biblica del sette, nessuno te lo insegna, e proprio a causa di quel guasto, campa cavallo se vuoi conoscere che in fondo opera in te tale settemplicità.
Proprio perché lucifero è stato dato come compagno all'uomo, l'uomo ha acquistato il carattere unitario dell'io, ed è giunto a sentire e a conoscere l'io come il centro del suo essere.
Ecco perché, anche se i sette elohim si erano dovuti manifestare inizialmente come disposizione ad un sangue e ad un io umano in cui vi sarebbe stato qualcosa che univa gli uomini, che li metteva in comunione, e per cui la gente si sarebbe sentita come un genere umano comune, attraverso il guasto luciferico l'uomo si sentì sempre più come singolo io, come speciale individualità. Per cui si stacca nella sua autonomia dal genere umano universale.
Insomma il processo universale si svolge sulla terra in modo che da un lato, cioè da parte luciferica, siamo spinti a diventare sempre più indipendenti, mentre dalla parte dei sette elohim siamo portati a sentirci sempre più come parti dell'umanità intera.
Ovviamente se racconti queste cose a un filosofo attuale, costui si mette subito a ridere, soprattutto nella misura in cui non parli difficile.
Costui, proprio perché ha imparato a scuola la filosofia "ad normam conventionis", cioè il mestiere della filosofia, e dunque che tutto è noia, o che la vita è tutta un quiz, non si meraviglia, e non ha alcuna venerazione o devozione per nessuno che non sia un detentore di potere. In altre parole il suo sangue, attraverso il rimbalzo prima accennato, non è per nulla luciferico o pieno di calore filosofico, ma è assolutamente freddo, in quanto mefistofele-mammona opera in esso. Per lui la filosofia è tutt'altro che la famosa pianta di Schopenhauer, la quale - uso le sue parole - "come il rododendro e la stella alpina, prospera soltanto all'aria di montagna, e degenera se fatta crescere artificialmente". Per lui, anzi, è tutta crescita artificiale, in cui il massimo potere è quello dell'astratto che domina il concreto.
Il nesso di questi fatti con la moralità e con il quotidiano, cioè con la vita evolutiva quotidiana di tutti, compresi la massaia e i nuovi schiavi, è straordinariamente importante (i nuovi schiavi siamo tutti nella misura in cui accettiamo le disarmonie come quotidiana rassegnazione alla succubanza dell'astratto che domina il concreto).
Tale nesso vive in noi come impulso verso la conoscenza. E mentre lavoriamo per conquistarcela, tale nesso evolutivo opera nella misura in cui sperimentiamo ammirazione, venerazione, e saggia armonia rispetto ai fenomeni del mondo. La devozione di fronte alla vita universale è infatti perfino insegnata come yoga (bhakti) ovviamente non dalle scule di Stato.
Quando riusciamo a fare nostri questi stati d'animo, la conoscenza può pian piano spaziare distinguendo in ogni cosa ciò che diviene e ciò che perisce, ciò che è essenziale e ciò che non lo è, ciò che raggiungerà soltanto nel futuro la sua perfezione, e ciò che è invece sulla via del suo concludersi evolutivo.
"Chi ha orecchi per intendere intenda", è una frase molto nota, che sottintende che non a tutti è dato di intendere. Ed in futuro sarà sempre più difficile intendere con le orecchie fisiche. Infatti come nel macrocosmo nascono, si sviluppano e muoiono intere galassie, così nel microcosmo umano si può parlare di organi che sono in via di diminuire, di perire, in quanto si trovano nella loro fase evolutiva finale rispetto ad altri organi.
Il nostro apparato uditivo è appunto l'organo più evoluto, che tende a scomparire, in quanto arrivando a condensarsi internamente nei cosiddetti ossicini, è all'ultimo stadio di un'evoluzione discendente non solo perché sono di moda i decibels e gli strumenti musicali in commercio valgono a seconda della loro potenza in decibels, ma perché perfino lo sviluppo della vita embrionale dell'orecchio è più "antica" rispetto a quella di altri organi: già verso il 32° giorno di vita, quando il feto umano misura solo sette millimetri, il capo assomiglia ad un corpo intero con testa, tronco ed arti, e quella che sembra una testa è in realtà la regione frontale in evoluzione, nella cui parte posteriore compare già il placode otico, cioè l'orecchio.
Il senso, come tale, va scomparendo.
Ciò nonostante l'uomo si sviluppa verso il mondo della spiritualità, perché altri organi ascendenti sono i ponti che lo portano alla spiritualità. Per esempio la laringe, grazie alla quale è possibile la parola. Ecco allora il vero senso della parola "chi ha orecchi per intendere intenda", proprio perché viene il tempo che occorre intendere con orecchie spirituali.
In questo nesso sta il mondo dei sensi col mondo dello spirito: il mondo dei sensi ci viene segnalato da organi in via di deperimento; il mondo dello spirito da organi ascendenti.
Il nascere e il morire dovranno essere studiati sempre più, e così le loro affinità con i vari regni della natura. E non solo con prove meramente o astrattamente logiche, ma anche per mezzo di conoscenza immaginativa (che non è vaneggiamento dell'immaginazione astratta o sognante, ma conformità alla formazione, appunto, delle immagini e delle rappresentazioni a partire dalle forme e dalle dinamiche delle cose percepibili).
La stessa scienza di Stato, o scienza della guerra (dato che la salute dello Stato è purtroppo ancora la guerra) - che a partire dal mero mondo dei sensi si lasciò stimolare da Darwin, col famoso esempio dei pesci grossi che mangiano i piccoli, nel generare il principio scientifico della cosiddetta lotta per l'esistenza - dovrà cambiare: dovrà essere in grado di pervenire anche ad altri aspetti di quel principio, considerare le cose in modo meno unilaterale (per esempio chiedendosi quanti dei chicchi di un campo di grano vadano perduti o no, cioè quanti di essi vengano realmente seminati secondo la loro autentica mèta di divenire ancora ciò che erano stati prima, cioè spighe, e quanti no), ed osservare che è solo un pregiudizio credere che vi siano finalità nella natura (per esempio credere che ogni seme debba diventare un essere uguale all'essere generatore, così come i pesci piccoli, i chicchi non si lamentano per nulla di non raggiungere la loro mèta, né di servire di nutrimento ad altri esseri) e in definitiva che la pianificazione del massacro secondo la logica di Russell è una cagata pazzesca, in quanto si basa ancora sulla credenza che le corna abbiano la finalità di dare cornate, mentre è vero il contrario (fortunatamente la scienza naturale ha abbandonato questi concetti di finalità oggettiva, ed è pervenuta a constatare che il toro non ha le corna per poter dar cornate, ma che sono casomai le cornate a sviluppare le corna; dunque come non ci sono le corna allo scopo di poter dar cornate, ma ci sono le cornate per via delle corna, così non c'è l'uomo allo scopo di far della moralità, ma c'è la moralità per mezzo dell'uomo. Che Stato e società reagiscano poi a loro volta sulla vita individuale, è altrettanto concepibile, come il fatto che il colpire che avviene per via delle corna reagisce sull'ulteriore sviluppo delle corna del toro, le quali per lungo disuso si atrofizzerebbero. Anche l'individuo, si atrofizza quando conduce un'esistenza isolata, fuori della comunità umana. L'ordinamento sociale si forma appunto per questo, cioè per reagire favorevolmente sull'individuo. Ma l'individuo, se è libero, agisce moralmente perché ha un'idea morale, non per generare moralità o moralismi politici. Gli individui umani con le loro idee morali appartenenti al loro essere, sono infatti il presupposto dell'ordinamento morale del mondo).
È dunque solo un PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE credere che ogni uomo, come ogni seme o come ogni piccolo pesciolino, debba diventare un essere UGUALE all’essere che lo ha generato, e in base a ciò riconoscere magari fondato il diritto-dovere di infliggere la pena di morte, attraverso armi e guerre giuste, come è scritto nel catechismo della chiesa cattolica al paragrafo 2266. Perché qui siamo nell’epicentro dell’imbecillità essenziale.
Se per esempio ci concentriamo nella nostra interiorità, percepiamo che lì vi è una grande abbondanza di pensieri che continuamente vi affluiscono, e che continuamente vi si accendono, e che però solo pochi di essi vengono afferrati chiaramente, diventando una parte cosciente della nostra consapevolezza. Allo stesso modo quando ci rechiamo da un luogo ad un altro, e percorriamo le strade di una città ci arrivano attraverso i nostri sensi migliaia di impressioni, che osserviamo pochissimo, e che perciò non diventano una parte costitutiva durevole della nostra vita interiore.
Dunque accogliamo continuamente impressioni. E dunque possiamo fare la correlazione di pensiero: perché la massa di queste impressioni sta a ciò che rimane poi un possesso durevole e cosciente in noi esattamente come la grande massa di pesci piccoli sta a quella costituita dai pesci divenuti adulti.
Anche in ognuno di noi vive dunque di continuo questo processo in base al quale sul terreno di un vastissimo campo, pochissimo arriva a svilupparsi pienamente, così come continuamente opera in noi ciò che vive nel nostro ambiente, anche se non come rappresentazioni coscienti, ma sognanti.
Dunque, così come, respirando, l'aria del nostro ambiente penetra nel nostro interno corpo fisico, allo stesso modo penetrano in noi le cose che si sono venute sviluppando come immaginazioni, ispirazioni, e intuizioni da secoli e da millenni. Noi prendiamo parte a tutto questo.
È dunque importante che ci poniamo di fronte a tutto ciò che noi stessi abbiamo trasmesso alla terra nelle epoche che precedono la nostra esistenza terrena.
Ed è importante prenderne coscienza con un senso di profonda realtà, vale a dire percependo realmente la nostra affinità con queste cose.
Dobbiamo accorgerci che il cielo, come la terra, è di tutti, ed in quanto tale comprende tutti i beni del creato, dalle risorse minerarie dei fondi oceanici a quelle della luna, dall'Antartide e dai bacini idrici alle orbite satellitari per le telecomunicazioni. Tutto ciò è oggi valorizzato dalle tecnologie avanzate ed è di pertinenza comune. Non dovremmo pagare per telefonarci, come se il telefono o tutto quanto fosse ancora da scoprire. Il riconoscimento che i beni, attualmente fuori da ogni proprietà e sovranità, e valorizzati dalle tecnologie avanzate, sono di pertinenza comune, deve portarci sempre più ad accorgerci che chi sfrutta quei beni e li commercializza è in debito verso l'umanità. Questo è il vero debito pubblico che costoro hanno nei nostri confronti.
Oggi siamo tutti in burrasca. E dobbiamo accorgerci che possiamo ritrovare la capacità di meravigliarci nel "passare all'altra sponda" senza paura di spettri o di fantasmi. Questo, e non altro, descriveva il redattore del vangelo di Matteo nella scena in cui i discepoli stanno navigando (Matteo 14, 25-26). Essi scoprono - e noi con loro dobbiamo scoprire sempre più - che quello che scambiano per fantasma è l'io. Questo è il Cristo.
L'attuale muro di Maaastricht, che decide quanto devono essere lunghe le banane e perfino che tipo di forno serva agli italiani per cucinare la pizza, non è che la reincarnazione del muro di Berlino, muro però ancora più difficile da buttare giù, in quanto invisibile, occulto, e mascherato da Europa.
Oramai è noto che le politiche dei teologi dell'Opus Dei è fallita in tutta l'Europa, dato che il passaggio all'euro ha significato la fine di qualsiasi speranza per il futuro, ad eccezione degli adoratori del dio quattrino, appunto mammona. Contro il dio quattrino non si mosse nessuno, neanche un testimone del Dio Trino, neanche un vescovo, un cardinale, un prete, né un giornalista. Tutti i governanti ci tradirono, e Ciampi volle a tutti i costi l'euro. E ci tradì Wojtyla, benedicendo l'euro e favorendo, con l'Unione Europea, non il "traghettamento dell'Europa in Oriente", come diceva Ciampi, ma il traghettamento dell'Oriente islamico in Europa. Dov'era allora Ratzinger?
Ecco dunque l’importanza di accorgerci che pregiudizi come il precedente (PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE) non fanno che continuamente tapparci nell’epicentro dell’imbecillità, che ci impedisce di accorgerci che siamo sempre noi coloro che hanno incorporato nella terra pensiero, cioè contenuti immateriali, che hanno reso possibili tutte quelle cose che possono fare stare meglio i terrestri, dal frigorifero alla metropolitana, dall’aereo al computer, e così via, e che abbiamo sudato sette camice in nome dell’evoluzione e del benessere di tutti, cioè di tutti compresi noi stessi, ricchi e poveri. I poveri non dovrebbero esistere. Se esistono oggi, è segno che non ci meravigliamo più. Se non ci meravigliamo più è segno che siamo morti.
L'affinità con ciò che abbiamo incorporato nella terra come contenuto spirituale, possiamo acquistarla solo se pian piano acquistiamo la facoltà di accogliere tutte queste cose nella nostra interiorità.
E come avviene ciò?
Se entriamo nel senso spirituale dell'evoluzione - o immateriale per chi non vuole saperne di spirito - possiamo percepire che respiriamo continuamente in un senso molto vasto e universale, tutte le immaginazioni, ispirazioni e intuizioni, che furono comunicate all'atmosfera della terra già dai tempi prediluviani, e che sempre, e sempre meno, siamo in grado di emanare, mentre siamo sempre più tenuti ad accogliere in noi l'antico come qualcosa di affine a noi, e a riassorbire in noi ciò che prima fu emanato e comunicato.
In altre parole: tocca a noi oggi contrapporre a un precedente processo di espirazione spirituale, un processo spirituale di inspirazione.
L'uomo deve diventare sempre più sensibile e ricettivo per la spiritualità o l’immaterialità che esiste nel mondo.
Nei tempi antichi, questo non era ancora così importante e necessario, perché allora si era in grado di emanare la spiritualità dal proprio interno: c’era un FONDO DI RISERVA.
Oggi siamo arrivati a distruggerci perfino abolendo le riserve auree e facendo pagare il denaro come se esse non fossero abolite.
Però il vero fondo aureo di riserva che si è esaurito è il pensare umano. Infatti oggi si è talmente cretini che si parla di pensiero debole, come se questa debolezza di pensiero fosse la giustificazione del male nel mondo.
La nostra missione è dunque una nuova missione: quella dell’ESIGENZA DI UNA NUOVA RISERVA “AUREA” intendendo per “aurea” la luce del pensiero. Dobbiamo dunque lavorare contro l’estinzione della RISERVA DI LUCE.
E perché possiamo orientarci in questa nuova missione della nostra vita terrena, occorre sviluppare pian piano la comprensione per l'elemento immateriale che vive intorno a noi. L’alternativa è una vita da cani o da bolsi. L’alternativa è infatti la cocaina, cioè l’ansimare e il fiutare, in una vita da cani o da bolsi, appunto, la materia che non si riesce e non si vuole comprendere. Chi non ne vuol sapere di spirito somiglierà sempre di più a coloro che, avendo talmente guastato il sistema respiratorio del loro corpo fisico, non riescono più a trovare aria per respirare, hanno difficoltà di respiro.
Non nego che oggi possiamo ancora alimentarci con concetti antichi, perché esiste ancora, in concetti, un certo patrimonio ereditario di antichissima sapienza umana.
Ma osservando l'evoluzione umana di questi ultimi tempi, non posso non vedere che pur se nel mondo materiale si sono accumulate scoperte ed invenzioni, il contenuto culturale è notevolmente andato incontro al suo esaurimento: sempre meno germogliano per l'umanità nuovi concetti, nuove idee.
Soltanto chi ama riscoprire per se stesso l'antico, restando perciò per tutta la vita alquanto immaturo, può ancora credere possibile il maturare di nuove idee oggi.
Il mondo delle idee intellettuali astratte si è invece esaurito. Non germogliano più nuove idee.
Con Talete cominciò per l’Occidente il sorgere di idee intellettuali.
Oggi siamo alla fine.
E la filosofia come tale, come scienza d'idee, è arrivata al capolinea.
Ora dobbiamo imparare ad elevarci verso ciò che sta al di là di questo mondo e al di là delle idee e dei pensieri appartenenti al mero piano fisico
Dobbiamo innanzitutto elevarci alle immaginazioni, le quali diventeranno di nuovo qualcosa di reale per noi.
Solo allora avverrà una nuova fecondazione: l’immateriale diventerà concreta “materia scientifica”.
Così si potrà osservare di nuovo cosa sta succedendo nel cielo, a partire dalla terra.
Oggi succede ancora il contrario e gli astrologi per esempio guardano i transiti planetari per cercare poi idee di comportamento con cui determinare gli altri.
Ma il determinismo oroscopico è anacronistico. Oggi si tratta di vedere che l’oro e lo scopo dell’oro sono il vero oroscopo di tutti: chi osserva per esempio ciò che sta succedendo nel calcio e nelle banche, vale a dire la grande truffa delle partite truccate e del denaro emesso notoriamente senza garanzia, ha di fronte i movimenti celesti, cioè la grande guerra degli eserciti celesti, di ciò che succederà dal 2006 al 2010 nell’asse cosmico Pesci-Vergine: il segno dei Pesci infatti riguarda il calcio, cioè i piedi, e la Vergine riguarda il mondo delle banche, o l’intestino come riserva di cibo, metabolismo, ecc.
La descrizione di Saturno, Nettuno, Urano, ecc. si dovrà distinguere sempre più da quella di altre cose. Tutto ciò deve esser dato immaginativamente, perché non è immediatamente percepibile nel mondo dei sensi fisici.
Questo è un assurdo per i filosofi e gli scienziati attuali. Ma ciò che è assurdo per il mondo dei sensi materiali è verità per il mondo dell’immateriale, e penetrare con la nostra esperienza in tale mondo dell’immateriale è ciò che direttamente toccherà all'uomo nei prossimi anni.
Infatti, coloro che non sapranno risolversi a respirare
l'aria dello spirito, che l’interiorità umana deve imparare a ricevere attraverso uno studio del cielo che vada al di là dei soli sensi materiali, diventeranno veramente asmatici.
In ogni caso l'evoluzione del futuro si svolgerà ovviamente in modo che ognuno si chiederà: “Quale via devo scegliere?”
E si andrà a destra o a sinistra: da una parte ci saranno quelli per i quali sarà verità il solo mondo dei sensi, dall'altra ci saranno quelli per i quali sarà verità anche il mondo dello spirito.
E poiché i sensi, come l'orecchio dell'uomo, vanno scomparendo, ci si può fare allora una rappresentazione realistica del futuro di coloro che, appassionati solo a mangiare, digerire e tutt’al più a fiutare, saranno indifferenti tanto rispetto all’armonia dell’essere e del suo habitat, quanto alla volontà di cambiare rotta alla direzione del loro pensare.


Bibliografia essenziale
 
Rudolf Steiner, “Eine okkulte Physiologie”, Opera Omnia n. 128 (conferenze del ciclo “Una fisiologia occulta, tenute a Praga dal 20 al 28 marzo 1911)
Rudolf Steiner, “Die Welt der Sinne und die Welt der Geistes”, Opera Omnia n. 134 (conferenze del ciclo “Il mondo dei sensi e il mondo dello spirito”, tenute ad Hannover dal 27/12/1911 al 01/01/1912). Victor Bott, “Medicina antroposofica. Un ampliamento dell’arte di guarire”, Ed. Nuova Ipsa, Palermo, 2000. 
postato da: antigattopardo alle ore 02:23 | Permalink | commenti
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