venerdì, 15 settembre 2006
Attenzione. Col nuovo anno
questo blog sarà rimosso dal web.
Sito ufficiale di Nereo Villa:
http://www.nereovilla.it/
***
L’armonia dell'essere e del suo
habitat ha origine nel giusto
modo di pensare
Conferenza di Nereo Villa tenuta a Pescia il 14 maggio 2006
 
La perturbazione dell’equilibrio ha radici antiche, talmente antiche che si perde nei misteri della vita, e precisamente nelle cause della irregolare connessione fra il nostro mondo dei sensi e quello delle idee.
La causa della noia nell’uomo di oggi è un sintomo che procede da un antico disordine che si è prodotto in noi, e che noi fatichiamo a rimettere a posto. La noia è come una questione di sangue che perde la sua vitalità (in senso sociale si potrebbe dire anche di moneta che perde il suo valore di acquisto, in quanto la moneta è il sangue del mercato, ma occorre procedere per gradi e a partire dal profondo dell’essere umano). Tale disordine è espresso in modo meraviglioso nel libro della Genesi attraverso le parole che lucifero, che è il massimo dio del sangue e dell’ira, dice all’uomo quando lo vuole tentare e sedurre: “I vostri occhi si apriranno e voi distinguerete il bene dal male” (Genesi 3,5). Ovviamente qui non si tratta solo degli occhi fisici ma di tutti i sensi, cioè dell’aprirsi della fontana di tutti i sensi, tant’è vero che “aìn” in ebraico non significa solo “occhio” ma, appunto, anche “fonte”, “fontana”.
Aìn è anche la 16ª lettera dell’alfabeto ebraico. Prima vi è “samék”, la 15ª lettera. Poi vi è “aìn”. Samèk significa serpente. Aìn significa occhio e fontana. Se si fa il collegamento con le carte dei tarocchi abbiamo nei due arcani, cioè nel 15° e nel 16° arcano, rispettivamente il diavolo e la torre. La torre è la legge, la Torà, ed il tarocco della torre è espresso come una torre che si infrange. Infatti l’opera del serpente tentatore arriva a fare infrangere la torre, la legge protettiva, e da ciò scaturisce tutta l’attività dei sensi.
Da quel momento l’uomo incomincia a diventare cretino, cioè un handicappato. Ma è giusto che sia così. Perché solo grazie a ciò, cioè solo grazie all’azione luciferica, egli può poi conquistarsi la libertà. Ma la libertà da che?
Per conquistare la sua libertà, l’uomo deve incominciare a immaginare come sarebbe il suo percepire e il suo formare concetti se non vi fosse stato l’intervento luciferico. Senza lo schiudersi dei sensi, cioè senza il percepire, il suo pensare sarebbe stato conforme alla torre protettiva, cioè alle leggi cosmiche. L’universalità del pensare lo avrebbe protetto, però non sarebbe stato libero di scegliere l’universalità, cioè la conformità alle leggi cosmiche.
Oggi l’uomo è diventato cretino proprio perché invece di imparare a scegliere fra logica astratta (astratta dai sensi, cioè fra i vari filosofismi teoretici e ciarlieri, ecc.) e pensiero conforme alla realtà, continua ad accogliere la tentazione e la seduzione luciferica. E ne è talmente sedotto che “ragiona” (ragiona fra virgolette) secondo un PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE riguardante appunto i sensi e le relative rappresentazioni che tramite le impressioni sensoriali si fanno concetti e idee. Uso il termine “giuridico” perché questo pregiudizio riguarda l’uguaglianza e leggi. E cercherò di spiegarlo partendo appunto dalle radici antiche della perturbazione dell’equilibrio.
L’armonia dell’essere e del suo habitat non è risolvibile giustapponendo elementi naturali ad altri o solidarizzando in nome della natura con naturisti in merito al tema del rispetto dell’ambiente, per sperimentare assieme o consolidare la svolta nell'uso quotidiano delle energie e delle risorse, ecc.
Tutto ciò fa ancora parte dell’imbecillità dell’attuale uomo senza meraviglia, che continua ad annoiarsi. E si annoia perché solo attraverso la meraviglia e la venerazione, egli può scorgere l’armonia, in quanto la triade di meraviglia, venerazione ed armonia genera l’uomo del futuro. Tutto il resto è davvero noia, e noia mortale. Perché si muore.
Invece l’antica perturbazione dell’equilibrio ha fatto sì che l’uomo arrivasse fino al cuore di quel grosso pregiudizio, e non si scollasse più da lì. Infatti preferisce giustificare le guerre piuttosto che disfarsene. Perciò è cretino: considera il pensare una sua proprietà e perciò è talmente assatanato che si fa avversario dei ragionamenti altrui fino alla loro soppressione attraverso la soppressione del suo prossimo.
Ma la ragione, cioè la facoltà di pensare, non è da considerarsi proprietà dell’uomo. È un errore luciferico considerare la ragione proprietà personale. L’uomo non è il proprietario della sua ragione. La ragione è sua perché lui la fa sua. I pensieri che io esprimo sono tutti fuori di me. Io non faccio altro che contemplarli. Li guardo in ogni momento e me li prendo, assumendoli come miei e riservandomi di assumerne altri migliori quando questi non funzionano più. Ovviamente il cretino cronico non coglie altri pensieri, ma questo stadio di imbecillità è di totale mancanza di meraviglia, di venerazione e di armonia, lo porta poi alla massima noia, in quanto è assolutamente convinto che tutto sia relativo. Per costui il credere nel proprio pregiudizio di possesso del pensare è assoluto e relativo al contempo.
Si crede insomma che i pensieri nascano in noi.
Noi invece riflettiamo il mondo delle idee proprio in quanto esse sono fuori di noi. Il nostro cervello, e tutto il nostro impianto sensoriale è infatti come uno specchio. Speculare, rispecchiare, significa appunto rispecchiare qualcosa che sta fuori dallo specchio.
Solo immaginando il nostro sistema nervoso prima dell’apertura dei sensi è possibile capire il senso della legge. La torre protettiva della legge protegge ancora l’uomo secondo tale senso, fuori dal quale si entra nella legge astratta dell’imbecillità generale in cui è totalmente assente la triade di meraviglia, venerazione ed armonia.
Per proseguire questa considerazione, ovviamente non si può procedere in modo meramente intellettuale, perché in tal modo meramente astratto non si perviene a nulla. Se infatti si osserva l'uomo secondo lo schematismo astratto delle solite concezioni materialistiche, per esempio attraverso gli attuali libri scolastici della cultura di Stato, l'uomo appare effettivamente come un grande apparato digerente, che mangia, digerisce, e produce escrementi. D’altra parte, attraverso la mera contemplazione astrattamente filosofica non si riesce vedere - ci si guarda bene dal vedere - dietro ogni elemento sensibile, dunque anche dietro gli escrementi, una controparte spirituale. Se si fosse in grado di aprire gli occhi percependo i collegamenti possibili del pensare conforme alla realtà, finirebbe ogni diatriba sul “non io”, infatti il “non io” apparirebbe come controparte regolare dell’escremento. Solo un malato mentale potrebbe infatti attribuire l’io all’escremento.
Eppure il problema del “non io” non lo si risolve, ed ogni filosofia teoretica preferisce sostenere che tale problema irrisolto è in definitiva la prova che il pensare umano non può arrivare alla realtà della cosa in sé, essendo soggettivo.
Così da un lato abbiamo il pensare inconcludente della filosofia teoretica e dall’altra abbiamo necessariamente l’altra faccia di questa stessa medaglia, vale a dire il materialismo dialettico.
Se poi si cerca di capire ulteriormente l’uomo secondo il materialismo scientifico dei testi scolastici, vale a dire l’uomo inteso come mangiare, digerire e defecare (e che è la cura principale per la maggioranza degli uomini), facendoci aiutare dai testi teologico-biblici ci si accorge che tali dinamiche esistono unicamente per il fatto che, appunto, a causa dell'influsso luciferico, avvenne il mangiare la mela, o la foglia, e che se nella genesi dell’evoluzione umana non ci fosse stato lucifero, l'uomo attuale non mangerebbe, non digerirebbe, e non assimilerebbe le materie così come fa oggi.
Questo per dire che tutto ciò che in senso materialistico si considera oggi essenziale nell’uomo non è altro che il prodotto di un’azione puramente luciferica, grazie alla quale l'uomo ha cominciato ad accogliere in sé alimenti grossolani.
Con ciò possiamo sapere che non eravamo assolutamente destinati ad accogliere alimenti grossolani, dato che questo fatto causò, attraverso la seduzione luciferica, la cosiddetta cacciata dal paradiso. Essere in paradiso significa infatti essere un’entità spirituale che non ha assolutamente bisogno di accogliere alimenti fisici e di elaborarli in sé, perché questo è appunto la cacciata dal paradiso.
Dunque ciò che alla maggior parte de materialisti appare oggi come il massimo piacere (mangiare, digerire, ecc.) è appunto la cacciata dal paradiso.
Non siamo stati puniti solo dal fatto di dover accogliere e assimilare alimenti materiali, ma siamo stati doppiamente puniti, dato che ciò che nei simboli biblici apparve ai primi uomini come massima perdita, vale a dire la vita fisiologica divenuta necessaria dopo la cacciata dal paradiso, per la maggioranza delle persone si e convertito nel godimento massimo.
Siamo talmente cambiati che l'esistenza fuori dal paradiso è diventata per noi il massimo! Il massimo del godimento!
Doverci rendere conto di queste cose, è certamente un po’ strano. Però dobbiamo pur farlo prima o poi. Perché se non si colgono mai i collegamenti fra cose, come si fa a cogliere il senso dell’universalità delle leggi cosmiche o anche di una qualsiasi legge?
Ecco perché il rapporto fra il nostro io e le nostre tentazioni, il nostro rapporto col cotechino, col vino, la torta, la pasta asciutta, ecc., tutto ciò non è per nulla in ordine.
La perturbazione dell’equilibrio ha, appunto, radici antiche, ed oggi l'uomo è più egoico di quanto dovrebbe essere.
Come si fa allora per aggiustare il guasto?
Il rapporto lo possiamo rendere regolare quando con saggia, energica e paziente autodisciplina, ci appropriamo della triade prima accennata, cioè delle facoltà della meraviglia per come sono le cose nel mondo, della venerazione per ciò che scopriamo, e del sentimento di saggia armonia.
Osservando in modo spassionato allora la posizione che prendiamo di fronte alle nostre tentazioni, abbiamo l’impressione di aver preso una giusta posizione nella misura in cui avvertiamo l'io sempre più in grado di annullare ciò che era penetrato tramite l'influsso luciferico.
Ci accorgiamo di essere sulla strada giusta in quanto quasi ansimiamo dalla fatica di afferrare il puro pensiero dell'io. E ci sentiamo perfino mancare il fiato allora quando prendiamo la parola, perché la difficoltà di arrivare all'io, anche solo come pensiero da esprimere, è notevole. E questo è niente, rispetto poi alla difficoltà di fare realmente saltar fuori l’io dal pensare, dal sentire e dal volere.
Quando viviamo nel modo solito, la nostra interiorità è percorsa da estrinsecazioni di pensiero, sentimento e volontà, ed anche da molta bramosia, proprio perché col nostro io siamo mescolati e mai separati da pensare, sentire e volere.
Ciò che invece raggiungiamo attraverso meraviglia, venerazione, armonia e devozione è il contrario: riusciamo a starne fuori, e stare fuori dal pensare, dal sentire e dal volere, significa poterli guardare, come si guarda qualunque altra cosa fuori di noi.
Nella misura in cui riusciamo a meravigliarci per qualcosa di questo processo, cioè di qualcosa di questa dinamica di identificazione, quelli che credevamo essere i “nostri” pensieri ci diventano ora indifferenti: ce ne disidentifichiamo, e li percepiamo finalmente come sono: cioè esattamente come oggetti fuori di noi. Ce ne liberiamo. Non diciamo più: “io ritengo”, “io penso”. Ed anzi “ritengo” ci fa immediatamente ridere, perché ci fa subito venire in mente il contrario del liberarci, esattamente come immaginare il processo del defecare, ritenendo. Non si può ritenere. Ci si libera. Si parla: ci si libera. Si gioca: ci si libera. Il nostro corpo diventa come uno strumento musicale, per cui si suona, e ci si libera. Si riflette attraverso lo specchio che abbiamo nel cranio, ma poi finisce lì. Siamo liberi.
E si osserva il nostro pensare come un processo che veramente non ci riguarda assolutamente.
Lo stesso deve accadere per il sentire e il volere.
Tutto questo è possibile. Dobbiamo solo deciderci a provare, almeno una volta, a sperimentarci interiormente, così come eravamo destinati ad essere, prima della grande tentazione. Ovviamente questa è una scelta impossibile se si ritiene di essere oramai incarnati e imprigionati nella materia. Però ci si può anche liberare interiormente. La libertà è una questione di pensiero ed il pensiero è antimateria.
Possiamo senz’altro figurarci qualcosa di simile come un ideale, ma non come un’utopia irraggiungibile, bensì come qualcosa che può essere attuato. Perché in realtà portiamo con noi - e si tratta solo di percepirlo - una specie di doppione di noi stessi, che ci è attaccato come una cozza, che crede di essere l’autore del pensare che percepisce, e di averne il copyright, cioè il diritto di copia, il diritto d'autore.
Ma l'uomo è effettivamente così amalgamato col suo pensare, sentire e volere, che gli è straordinariamente difficile uscirne, e andare per il mondo col sentimento di andare per il mondo portando sempre con sé un secondo individuo che gli sta attaccato: perché costui è cresciuto con noi.
Ma prima o poi ci appare come una specie di “doppio” di noi stessi: qualcuno che pensa, sente e vuole accanto a noi, mentre noi siamo altro. Siamo ciò che siamo nel nostro io, e camminiamo vicini a ciò che portiamo in giro come una trinità fatta di tre sacchi: il primo riempito del suo pensare, il secondo del suo sentire ed il terzo del suo volere.
E finché non riusciamo a tradurre in pratica questa “teoria dei tre sacchi” non possiamo farci la giusta idea della posizione dell'io di fronte a pensare, sentire e volere, così come essa era originariamente intesa dagli esseri divini, prima che l'influsso luciferico si accostasse all'uomo.
Di conseguenza non possiamo esplodere dalla felicità se non troviamo la nostra giusta posizione. Perché noi, in quanto esseri umani, e non in quanto teoretici del nulla o del filosofismo di Stato, eravamo destinati ad essere gli spettatori di noi stessi, non a sperimentarci interiormente.
Non che, beninteso, sia un male sperimentarci interiormente. Anzi, è un bene. In quanto tutto poi si è riciclato in bene grazie all’avvento dell’io, prima del quale l’uomo indicava se stesso in terza persona singolare o plurale, più o meno come un faraone o un papa, o come l’umanità protocristiana: “l’anima mia magnifica il Signore”, “il mio spirito esulta in Dio mio salvatore”, ecc.
Ma di fatto oggi siamo riusciti a crocifiggere anche questo, quindi il compito della filosofia è scemato per due motivi: il primo è che non c’è più, appunto, l’esperienza interiore, vale a dire l’esperienza del concetto, e il secondo perché non vi sono più idee filosofiche, in quanto tutto è già stato detto. E la maggior parte dei filosofi attuali è imbecille. Ed anche se la tentazione c’è, non è mai consigliabile affrontare oggi una diatriba con un imbecille: perché ti porta al suo livello e ti batte con l’esperienza…
In che cosa consisteva la vera e propria tentazione originaria? Lo dico nel modo più familiare possibile e parafrasando un po’: consisteva nel fatto che lucifero si avvicinava all'io che l'uomo doveva mantenere puro assieme a ciò che si animava interiormente, e diceva “O uomo, guarda che andare in giro con l’“io sono” e limitarsi a guardare tutto il resto, è noioso, mentre è molto più divertente tuffarsi in ciò che ci anima. Ed io posso darti la forza d'immergerti massimamente in tutto ciò che ti muove, cioè nelle tue emozioni, perché il vero piacere è quello, e tu non resterai fermo e unilaterale col tuo io, limitandoti a guardare il tuo doppione, ma ti immergerai in lui. E se l’immergerti così nel massimo del godimento, ti da’ come il senso di annegare, perché senti che ti viene a mancare qualcosa, non preoccuparti: perché ti risarcisco io dandoti un po' della mia forza”.
Allora l'io si immergeva, e affinché non annegasse, gli veniva inoculata la forza luciferica.
La forza luciferica che l'uomo ha accolto così, è la preponderanza dell'io sulla sua egoità, è la maggiore egoità, propriamente un aspetto luciferico.
Ma che cos’è in realtà? Come ci appare nella vita?
Questa nostra eccessiva egoità ci appare innanzitutto nel fatto che siamo appunto massimamente amalgamati con i nostri pensieri, con i nostri sentimenti e con i nostri impulsi volitivi.
Prima di tutto, coi nostri pensieri. Davvero l'uomo non sarebbe mai arrivato alla stramba idea (perdonate questa espressione, un po’ matta ma appropriata) di possedere una ragione in se stesso, di pensare i pensieri in se stesso.
Avrebbe invece saputo che i pensieri sono fuori di lui, dunque che lui può guardare il pensiero, osservare il pensiero. E fino a quando non gli fosse stato rivelato ciò che è inteso col pensare, l’uomo avrebbe sempre contemplato.
Questo è descritto, per esempio, nella “Filosofia della libertà” di Steiner: l'uomo non sarebbe mai arrivato all'idea di dover connettere insieme ogni sorta di pensieri, di dover giudicare in sé. Il giudicare in sé, indipendentemente da ogni rivelazione, è lucifericità in noi.
Così tutta la ragione, in quanto l'uomo la considera come sua proprietà, è in realtà un errore. Ed il fatto che all'uomo sia venuta in mente l'idea di possedere una ragione sua è solo conseguenza della seduzione luciferica.
Ora si comprende che la ragione umana, nella misura in cui sorge per tale seduzione, non può essere assolutamente competente per la comprensione umana della realtà.
È dunque del tutto normale che appena qualcuno si appoggi alla sua ragione pretendendo di comprendere la resurrezione nel mistero del Golgota, deve semplicemente cancellare la sua ragione, perché tutto ciò che la ragione dice è in contraddizione con la resurrezione.
Come infatti si può pretendere che il mistero del Golgota - che riguarda un'azione che non doveva essere intrecciata con elementi luciferici, e che doveva stare totalmente fuori della sfera di lucifero e che, anzi, avviene per vincere la sfera del dominio luciferico – possa essere compreso con ciò che gli viene da lucifero, cioè con la sua propria ragione?
Dunque è assolutamente naturale il fatto che con la nostra ragione queste cose non si possano mai comprendere, perché la nostra ragione è un dono luciferico e non è adatta a comprendere le cose che non siano connesse con l'azione di lucifero.
Questo è il nesso più profondo di questo fatto.
Se il mistero del Golgota fosse comprensibile con la ragione umana, allora non ci sarebbe stato bisogno che il mistero del Golgota avvenisse. Sarebbe stato perfettamente inutile.
Esso è avvenuto appunto per pareggiare quello spostamento di acque emotive che si era prodotto a causa di quel grande tuffo o immersione, cioè dell'influsso luciferico.
Il mistero del Golgota avviene appunto per curare l'uomo da quella singolare presunzione, da quella strana superbia della ragione, che si estrinseca nel fatto che l'uomo vuol comprendere tutto con la sua ragione.
Questo è il punto che ci può far intendere com’è che la ragione, in quanto tale, sia da considerarsi veramente limitata.
Io protesto sempre contro l'asserzione che la CONOSCENZA umana sia limitata. Però non posso negare che la ragione, come tale, è limitata.
Se ora osserviamo “l’armonia dell’essere e del suo habitat” allo stato attuale, riconoscendo da dove è veramente cominciato l'originario disordine, ci accorgiamo che il “giusto modo di pensare” non consiste solamente nella riparazione che possiamo fare in merito all’eccesso di egoità. Essere meno egoisti non è la soluzione. Sarebbe anche giusto. Ma occorre anche considerare che il luciferismo, cioè la preponderanza dell'io nell’animarsi interno e nel mescolarsi impuramente con pensare, col sentire e col volere, genera nel tempo - e qui si parla non solo di secoli, né di millenni, ma di eoni, cioè di una durata abbastanza lunga - una discreta abitudine per cui il fenomeno dell’equilibrio turbato diventa abitudine. Diventa la norma. Il fenomeno è sempre il medesimo, cioè non aumenta più di tanto: non va più in là, ma avviene come quando si picchia sopra a una palla elastica, e il colpo va solo fino a un certo limite, dopo il quale la palla rimbalza.
Cosa succede allora?
Succede che la situazione si inverte, e l’abitudine, rimbalzando come preponderanza nell’animarsi interiore dell’egoità, diventa preponderanza rimbalzante della fisicità. Il corpo fisico stesso rimbalza assieme all’abitudine divenuta vitale, vitalità.
Che cosa li fa rimbalzare?
Li fa rimbalzare il fatto che mentre fino a un certo punto ha agito lucifero per dare il colpo all’“l’armonia dell’essere e del suo habitat”, dall'altro lato, nel corpo fisico dell’uomo e nella sua vitalità, il colpo viene rimandato da mefistofele.
Così che effettivamente nel centro dell’uomo mefistofele e lucifero vengono a cozzare insieme.
OGGI NELL'UOMO C’È UN PUNTO DI MEZZO, UN PUNTO PRECISO IN CUI QUESTI DUE DIAVOLI (che sono poi uno solo, ma, come si sa il principio della diavoleria è poneròs, cioè la divisione) lucifero e mefistofele (“mefistofele” è il nome che gli da’ Goethe; Manzoni lo chiamava “arimane”, Paolo di Tarso lo chiamava “belial”, e i vangeli in genere chiamano questo secondo principio diabolico a volte “mammona” e a volte “satana”) SI INCONTRANO.
Dunque abbiamo ogni momento a che fare con queste azioni di forze.
Abbiamo a che fare con esse proprio in quel punto in cui avvertiamo la preponderanza della fisicità, appunto là dove troviamo l’elaborazione delle materie, l'ingestione dei cibi, la loro assimilazione e la loro eliminazione.
Ecco perché Belzebù (baal zebùb), dio dello sterco - e per metonimia il dio delle mosche - sovrintende all'ingordigia. Ed ecco perché mandare al diavolo qualcuno e mandarlo al gabinetto sono da considerarsi oggi come una vera e propria cura dell’anima, nella misura in cui ci perdiamo nei meandri dei vari filosofismi ciarlieri e delle varie vanità intellettuali.
Per costoro non può esservi che un’unica e inderogabile terapia: andare a cagare.
Da questo punto di vista Sgarbi non è maleducato: è semplicemente sano.
Cioè dobbiamo imparare a liberarci dei paroloni, del linguaggio libresco, delle false logiche, cioè di ogni antilogica mascherata da paroloni, ed in definitiva della logica contro l’uomo.
A questo punto, dato che incominciamo a liberarci un po’, ci viene allora incontro la reale necessità di indagare, appunto, la natura di ciò che veramente è in noi materia, sostanza sanguigna, sangue inteso come reale veicolo dell’io umano, e poi i sensi, cosa essi sono, per esempio il senso dell’orecchio per intendere, il decadere dei sensi e il loro generare tanto la vita insensata e squilibrata quanto l’esigenza della vita spirituale, in modo da comprendere in profondità il PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE prima accennato generatore di disarmonia, e in modo da imparare così a portare in noi un nuovo “oro-scopo”, ma inteso come scopo dell’oro, cioè una nuova riserva aurea interna.
Dall'origine dell'evoluzione terrestre, l'elemento che accomuna gli uomini è il sangue. Ciò è denotato anche dall'importanza delle generazioni, così come esse sono scrupolosamente tramandate dai testi antichi, per es. "Tizio, figlio di Caio, figlio di Sempronio, figlio di ecc.".
Senza l'intervento luciferino, il sangue, così come era destinato nell'uomo, sarebbe rimasto una mera forza formatrice, cioè per usare il termine tecnico esatto una forza eloim. "Im" è la desinenza plurale di "el", o di "al", "eloàh", "allàh", ecc, da cui viene anche ogni idea di altezza, alto, altero, ecc. Gli eloìm biblici erano 7.
Se l'uomo avesse conservato il suo antico sangue delle origini, sarebbe stato tale da sentire in sé i sette elohim biblici, cioè avrebbe sentito il suo io come una entità settemplice, di cui Yhwh sarebbe stato un elemento, anche se l'elemento principale.
Se dunque tutto fosse andato come doveva, vale a dire se il nostro sangue non fosse stato guastato da lucifero, avremmo dovuto sentire tale settemplicità come l'immettersi dei sette elohim formativi nell'io.
Oggi è relativamente facile appropriarsi della conoscenza della settemplice natura umana. Però, a parte le sette trombe dell'apocalisse, e la numerologia biblica del sette, nessuno te lo insegna, e proprio a causa di quel guasto, campa cavallo se vuoi conoscere che in fondo opera in te tale settemplicità.
Proprio perché lucifero è stato dato come compagno all'uomo, l'uomo ha acquistato il carattere unitario dell'io, ed è giunto a sentire e a conoscere l'io come il centro del suo essere.
Ecco perché, anche se i sette elohim si erano dovuti manifestare inizialmente come disposizione ad un sangue e ad un io umano in cui vi sarebbe stato qualcosa che univa gli uomini, che li metteva in comunione, e per cui la gente si sarebbe sentita come un genere umano comune, attraverso il guasto luciferico l'uomo si sentì sempre più come singolo io, come speciale individualità. Per cui si stacca nella sua autonomia dal genere umano universale.
Insomma il processo universale si svolge sulla terra in modo che da un lato, cioè da parte luciferica, siamo spinti a diventare sempre più indipendenti, mentre dalla parte dei sette elohim siamo portati a sentirci sempre più come parti dell'umanità intera.
Ovviamente se racconti queste cose a un filosofo attuale, costui si mette subito a ridere, soprattutto nella misura in cui non parli difficile.
Costui, proprio perché ha imparato a scuola la filosofia "ad normam conventionis", cioè il mestiere della filosofia, e dunque che tutto è noia, o che la vita è tutta un quiz, non si meraviglia, e non ha alcuna venerazione o devozione per nessuno che non sia un detentore di potere. In altre parole il suo sangue, attraverso il rimbalzo prima accennato, non è per nulla luciferico o pieno di calore filosofico, ma è assolutamente freddo, in quanto mefistofele-mammona opera in esso. Per lui la filosofia è tutt'altro che la famosa pianta di Schopenhauer, la quale - uso le sue parole - "come il rododendro e la stella alpina, prospera soltanto all'aria di montagna, e degenera se fatta crescere artificialmente". Per lui, anzi, è tutta crescita artificiale, in cui il massimo potere è quello dell'astratto che domina il concreto.
Il nesso di questi fatti con la moralità e con il quotidiano, cioè con la vita evolutiva quotidiana di tutti, compresi la massaia e i nuovi schiavi, è straordinariamente importante (i nuovi schiavi siamo tutti nella misura in cui accettiamo le disarmonie come quotidiana rassegnazione alla succubanza dell'astratto che domina il concreto).
Tale nesso vive in noi come impulso verso la conoscenza. E mentre lavoriamo per conquistarcela, tale nesso evolutivo opera nella misura in cui sperimentiamo ammirazione, venerazione, e saggia armonia rispetto ai fenomeni del mondo. La devozione di fronte alla vita universale è infatti perfino insegnata come yoga (bhakti) ovviamente non dalle scule di Stato.
Quando riusciamo a fare nostri questi stati d'animo, la conoscenza può pian piano spaziare distinguendo in ogni cosa ciò che diviene e ciò che perisce, ciò che è essenziale e ciò che non lo è, ciò che raggiungerà soltanto nel futuro la sua perfezione, e ciò che è invece sulla via del suo concludersi evolutivo.
"Chi ha orecchi per intendere intenda", è una frase molto nota, che sottintende che non a tutti è dato di intendere. Ed in futuro sarà sempre più difficile intendere con le orecchie fisiche. Infatti come nel macrocosmo nascono, si sviluppano e muoiono intere galassie, così nel microcosmo umano si può parlare di organi che sono in via di diminuire, di perire, in quanto si trovano nella loro fase evolutiva finale rispetto ad altri organi.
Il nostro apparato uditivo è appunto l'organo più evoluto, che tende a scomparire, in quanto arrivando a condensarsi internamente nei cosiddetti ossicini, è all'ultimo stadio di un'evoluzione discendente non solo perché sono di moda i decibels e gli strumenti musicali in commercio valgono a seconda della loro potenza in decibels, ma perché perfino lo sviluppo della vita embrionale dell'orecchio è più "antica" rispetto a quella di altri organi: già verso il 32° giorno di vita, quando il feto umano misura solo sette millimetri, il capo assomiglia ad un corpo intero con testa, tronco ed arti, e quella che sembra una testa è in realtà la regione frontale in evoluzione, nella cui parte posteriore compare già il placode otico, cioè l'orecchio.
Il senso, come tale, va scomparendo.
Ciò nonostante l'uomo si sviluppa verso il mondo della spiritualità, perché altri organi ascendenti sono i ponti che lo portano alla spiritualità. Per esempio la laringe, grazie alla quale è possibile la parola. Ecco allora il vero senso della parola "chi ha orecchi per intendere intenda", proprio perché viene il tempo che occorre intendere con orecchie spirituali.
In questo nesso sta il mondo dei sensi col mondo dello spirito: il mondo dei sensi ci viene segnalato da organi in via di deperimento; il mondo dello spirito da organi ascendenti.
Il nascere e il morire dovranno essere studiati sempre più, e così le loro affinità con i vari regni della natura. E non solo con prove meramente o astrattamente logiche, ma anche per mezzo di conoscenza immaginativa (che non è vaneggiamento dell'immaginazione astratta o sognante, ma conformità alla formazione, appunto, delle immagini e delle rappresentazioni a partire dalle forme e dalle dinamiche delle cose percepibili).
La stessa scienza di Stato, o scienza della guerra (dato che la salute dello Stato è purtroppo ancora la guerra) - che a partire dal mero mondo dei sensi si lasciò stimolare da Darwin, col famoso esempio dei pesci grossi che mangiano i piccoli, nel generare il principio scientifico della cosiddetta lotta per l'esistenza - dovrà cambiare: dovrà essere in grado di pervenire anche ad altri aspetti di quel principio, considerare le cose in modo meno unilaterale (per esempio chiedendosi quanti dei chicchi di un campo di grano vadano perduti o no, cioè quanti di essi vengano realmente seminati secondo la loro autentica mèta di divenire ancora ciò che erano stati prima, cioè spighe, e quanti no), ed osservare che è solo un pregiudizio credere che vi siano finalità nella natura (per esempio credere che ogni seme debba diventare un essere uguale all'essere generatore, così come i pesci piccoli, i chicchi non si lamentano per nulla di non raggiungere la loro mèta, né di servire di nutrimento ad altri esseri) e in definitiva che la pianificazione del massacro secondo la logica di Russell è una cagata pazzesca, in quanto si basa ancora sulla credenza che le corna abbiano la finalità di dare cornate, mentre è vero il contrario (fortunatamente la scienza naturale ha abbandonato questi concetti di finalità oggettiva, ed è pervenuta a constatare che il toro non ha le corna per poter dar cornate, ma che sono casomai le cornate a sviluppare le corna; dunque come non ci sono le corna allo scopo di poter dar cornate, ma ci sono le cornate per via delle corna, così non c'è l'uomo allo scopo di far della moralità, ma c'è la moralità per mezzo dell'uomo. Che Stato e società reagiscano poi a loro volta sulla vita individuale, è altrettanto concepibile, come il fatto che il colpire che avviene per via delle corna reagisce sull'ulteriore sviluppo delle corna del toro, le quali per lungo disuso si atrofizzerebbero. Anche l'individuo, si atrofizza quando conduce un'esistenza isolata, fuori della comunità umana. L'ordinamento sociale si forma appunto per questo, cioè per reagire favorevolmente sull'individuo. Ma l'individuo, se è libero, agisce moralmente perché ha un'idea morale, non per generare moralità o moralismi politici. Gli individui umani con le loro idee morali appartenenti al loro essere, sono infatti il presupposto dell'ordinamento morale del mondo).
È dunque solo un PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE credere che ogni uomo, come ogni seme o come ogni piccolo pesciolino, debba diventare un essere UGUALE all’essere che lo ha generato, e in base a ciò riconoscere magari fondato il diritto-dovere di infliggere la pena di morte, attraverso armi e guerre giuste, come è scritto nel catechismo della chiesa cattolica al paragrafo 2266. Perché qui siamo nell’epicentro dell’imbecillità essenziale.
Se per esempio ci concentriamo nella nostra interiorità, percepiamo che lì vi è una grande abbondanza di pensieri che continuamente vi affluiscono, e che continuamente vi si accendono, e che però solo pochi di essi vengono afferrati chiaramente, diventando una parte cosciente della nostra consapevolezza. Allo stesso modo quando ci rechiamo da un luogo ad un altro, e percorriamo le strade di una città ci arrivano attraverso i nostri sensi migliaia di impressioni, che osserviamo pochissimo, e che perciò non diventano una parte costitutiva durevole della nostra vita interiore.
Dunque accogliamo continuamente impressioni. E dunque possiamo fare la correlazione di pensiero: perché la massa di queste impressioni sta a ciò che rimane poi un possesso durevole e cosciente in noi esattamente come la grande massa di pesci piccoli sta a quella costituita dai pesci divenuti adulti.
Anche in ognuno di noi vive dunque di continuo questo processo in base al quale sul terreno di un vastissimo campo, pochissimo arriva a svilupparsi pienamente, così come continuamente opera in noi ciò che vive nel nostro ambiente, anche se non come rappresentazioni coscienti, ma sognanti.
Dunque, così come, respirando, l'aria del nostro ambiente penetra nel nostro interno corpo fisico, allo stesso modo penetrano in noi le cose che si sono venute sviluppando come immaginazioni, ispirazioni, e intuizioni da secoli e da millenni. Noi prendiamo parte a tutto questo.
È dunque importante che ci poniamo di fronte a tutto ciò che noi stessi abbiamo trasmesso alla terra nelle epoche che precedono la nostra esistenza terrena.
Ed è importante prenderne coscienza con un senso di profonda realtà, vale a dire percependo realmente la nostra affinità con queste cose.
Dobbiamo accorgerci che il cielo, come la terra, è di tutti, ed in quanto tale comprende tutti i beni del creato, dalle risorse minerarie dei fondi oceanici a quelle della luna, dall'Antartide e dai bacini idrici alle orbite satellitari per le telecomunicazioni. Tutto ciò è oggi valorizzato dalle tecnologie avanzate ed è di pertinenza comune. Non dovremmo pagare per telefonarci, come se il telefono o tutto quanto fosse ancora da scoprire. Il riconoscimento che i beni, attualmente fuori da ogni proprietà e sovranità, e valorizzati dalle tecnologie avanzate, sono di pertinenza comune, deve portarci sempre più ad accorgerci che chi sfrutta quei beni e li commercializza è in debito verso l'umanità. Questo è il vero debito pubblico che costoro hanno nei nostri confronti.
Oggi siamo tutti in burrasca. E dobbiamo accorgerci che possiamo ritrovare la capacità di meravigliarci nel "passare all'altra sponda" senza paura di spettri o di fantasmi. Questo, e non altro, descriveva il redattore del vangelo di Matteo nella scena in cui i discepoli stanno navigando (Matteo 14, 25-26). Essi scoprono - e noi con loro dobbiamo scoprire sempre più - che quello che scambiano per fantasma è l'io. Questo è il Cristo.
L'attuale muro di Maaastricht, che decide quanto devono essere lunghe le banane e perfino che tipo di forno serva agli italiani per cucinare la pizza, non è che la reincarnazione del muro di Berlino, muro però ancora più difficile da buttare giù, in quanto invisibile, occulto, e mascherato da Europa.
Oramai è noto che le politiche dei teologi dell'Opus Dei è fallita in tutta l'Europa, dato che il passaggio all'euro ha significato la fine di qualsiasi speranza per il futuro, ad eccezione degli adoratori del dio quattrino, appunto mammona. Contro il dio quattrino non si mosse nessuno, neanche un testimone del Dio Trino, neanche un vescovo, un cardinale, un prete, né un giornalista. Tutti i governanti ci tradirono, e Ciampi volle a tutti i costi l'euro. E ci tradì Wojtyla, benedicendo l'euro e favorendo, con l'Unione Europea, non il "traghettamento dell'Europa in Oriente", come diceva Ciampi, ma il traghettamento dell'Oriente islamico in Europa. Dov'era allora Ratzinger?
Ecco dunque l’importanza di accorgerci che pregiudizi come il precedente (PREGIUDIZIO GIURIDICO ESSENZIALE) non fanno che continuamente tapparci nell’epicentro dell’imbecillità, che ci impedisce di accorgerci che siamo sempre noi coloro che hanno incorporato nella terra pensiero, cioè contenuti immateriali, che hanno reso possibili tutte quelle cose che possono fare stare meglio i terrestri, dal frigorifero alla metropolitana, dall’aereo al computer, e così via, e che abbiamo sudato sette camice in nome dell’evoluzione e del benessere di tutti, cioè di tutti compresi noi stessi, ricchi e poveri. I poveri non dovrebbero esistere. Se esistono oggi, è segno che non ci meravigliamo più. Se non ci meravigliamo più è segno che siamo morti.
L'affinità con ciò che abbiamo incorporato nella terra come contenuto spirituale, possiamo acquistarla solo se pian piano acquistiamo la facoltà di accogliere tutte queste cose nella nostra interiorità.
E come avviene ciò?
Se entriamo nel senso spirituale dell'evoluzione - o immateriale per chi non vuole saperne di spirito - possiamo percepire che respiriamo continuamente in un senso molto vasto e universale, tutte le immaginazioni, ispirazioni e intuizioni, che furono comunicate all'atmosfera della terra già dai tempi prediluviani, e che sempre, e sempre meno, siamo in grado di emanare, mentre siamo sempre più tenuti ad accogliere in noi l'antico come qualcosa di affine a noi, e a riassorbire in noi ciò che prima fu emanato e comunicato.
In altre parole: tocca a noi oggi contrapporre a un precedente processo di espirazione spirituale, un processo spirituale di inspirazione.
L'uomo deve diventare sempre più sensibile e ricettivo per la spiritualità o l’immaterialità che esiste nel mondo.
Nei tempi antichi, questo non era ancora così importante e necessario, perché allora si era in grado di emanare la spiritualità dal proprio interno: c’era un FONDO DI RISERVA.
Oggi siamo arrivati a distruggerci perfino abolendo le riserve auree e facendo pagare il denaro come se esse non fossero abolite.
Però il vero fondo aureo di riserva che si è esaurito è il pensare umano. Infatti oggi si è talmente cretini che si parla di pensiero debole, come se questa debolezza di pensiero fosse la giustificazione del male nel mondo.
La nostra missione è dunque una nuova missione: quella dell’ESIGENZA DI UNA NUOVA RISERVA “AUREA” intendendo per “aurea” la luce del pensiero. Dobbiamo dunque lavorare contro l’estinzione della RISERVA DI LUCE.
E perché possiamo orientarci in questa nuova missione della nostra vita terrena, occorre sviluppare pian piano la comprensione per l'elemento immateriale che vive intorno a noi. L’alternativa è una vita da cani o da bolsi. L’alternativa è infatti la cocaina, cioè l’ansimare e il fiutare, in una vita da cani o da bolsi, appunto, la materia che non si riesce e non si vuole comprendere. Chi non ne vuol sapere di spirito somiglierà sempre di più a coloro che, avendo talmente guastato il sistema respiratorio del loro corpo fisico, non riescono più a trovare aria per respirare, hanno difficoltà di respiro.
Non nego che oggi possiamo ancora alimentarci con concetti antichi, perché esiste ancora, in concetti, un certo patrimonio ereditario di antichissima sapienza umana.
Ma osservando l'evoluzione umana di questi ultimi tempi, non posso non vedere che pur se nel mondo materiale si sono accumulate scoperte ed invenzioni, il contenuto culturale è notevolmente andato incontro al suo esaurimento: sempre meno germogliano per l'umanità nuovi concetti, nuove idee.
Soltanto chi ama riscoprire per se stesso l'antico, restando perciò per tutta la vita alquanto immaturo, può ancora credere possibile il maturare di nuove idee oggi.
Il mondo delle idee intellettuali astratte si è invece esaurito. Non germogliano più nuove idee.
Con Talete cominciò per l’Occidente il sorgere di idee intellettuali.
Oggi siamo alla fine.
E la filosofia come tale, come scienza d'idee, è arrivata al capolinea.
Ora dobbiamo imparare ad elevarci verso ciò che sta al di là di questo mondo e al di là delle idee e dei pensieri appartenenti al mero piano fisico
Dobbiamo innanzitutto elevarci alle immaginazioni, le quali diventeranno di nuovo qualcosa di reale per noi.
Solo allora avverrà una nuova fecondazione: l’immateriale diventerà concreta “materia scientifica”.
Così si potrà osservare di nuovo cosa sta succedendo nel cielo, a partire dalla terra.
Oggi succede ancora il contrario e gli astrologi per esempio guardano i transiti planetari per cercare poi idee di comportamento con cui determinare gli altri.
Ma il determinismo oroscopico è anacronistico. Oggi si tratta di vedere che l’oro e lo scopo dell’oro sono il vero oroscopo di tutti: chi osserva per esempio ciò che sta succedendo nel calcio e nelle banche, vale a dire la grande truffa delle partite truccate e del denaro emesso notoriamente senza garanzia, ha di fronte i movimenti celesti, cioè la grande guerra degli eserciti celesti, di ciò che succederà dal 2006 al 2010 nell’asse cosmico Pesci-Vergine: il segno dei Pesci infatti riguarda il calcio, cioè i piedi, e la Vergine riguarda il mondo delle banche, o l’intestino come riserva di cibo, metabolismo, ecc.
La descrizione di Saturno, Nettuno, Urano, ecc. si dovrà distinguere sempre più da quella di altre cose. Tutto ciò deve esser dato immaginativamente, perché non è immediatamente percepibile nel mondo dei sensi fisici.
Questo è un assurdo per i filosofi e gli scienziati attuali. Ma ciò che è assurdo per il mondo dei sensi materiali è verità per il mondo dell’immateriale, e penetrare con la nostra esperienza in tale mondo dell’immateriale è ciò che direttamente toccherà all'uomo nei prossimi anni.
Infatti, coloro che non sapranno risolversi a respirare
l'aria dello spirito, che l’interiorità umana deve imparare a ricevere attraverso uno studio del cielo che vada al di là dei soli sensi materiali, diventeranno veramente asmatici.
In ogni caso l'evoluzione del futuro si svolgerà ovviamente in modo che ognuno si chiederà: “Quale via devo scegliere?”
E si andrà a destra o a sinistra: da una parte ci saranno quelli per i quali sarà verità il solo mondo dei sensi, dall'altra ci saranno quelli per i quali sarà verità anche il mondo dello spirito.
E poiché i sensi, come l'orecchio dell'uomo, vanno scomparendo, ci si può fare allora una rappresentazione realistica del futuro di coloro che, appassionati solo a mangiare, digerire e tutt’al più a fiutare, saranno indifferenti tanto rispetto all’armonia dell’essere e del suo habitat, quanto alla volontà di cambiare rotta alla direzione del loro pensare.


Bibliografia essenziale
 
Rudolf Steiner, “Eine okkulte Physiologie”, Opera Omnia n. 128 (conferenze del ciclo “Una fisiologia occulta, tenute a Praga dal 20 al 28 marzo 1911)
Rudolf Steiner, “Die Welt der Sinne und die Welt der Geistes”, Opera Omnia n. 134 (conferenze del ciclo “Il mondo dei sensi e il mondo dello spirito”, tenute ad Hannover dal 27/12/1911 al 01/01/1912). Victor Bott, “Medicina antroposofica. Un ampliamento dell’arte di guarire”, Ed. Nuova Ipsa, Palermo, 2000. 
postato da: antigattopardo alle ore 02:23 | Permalink | commenti
categoria:noia, antroposofia, moneta, triarticolazione sociale, universalità
venerdì, 15 settembre 2006

Criterio scientifico di base
per una nuova indagine sulla percezione umana

Intendendo per senso quello che si studia nella scuola di Stato, il senso del senso è la percepibilità.
La percepibilità non è la pensabilità, così come la percezione della rosa non è il pensiero della rosa.
Il “senso” del senso, vale a dire il criterio che permette di distinguere se un senso è tale oppure se “va in crisi” come senso di fronte alla sua verifica, è dunque la percepibilità.
La fisiologia scientifica ufficiale insegna infatti, attraverso i testi della scuola dell’obbligo, l'esistenza di 5 sensi: vista, udito, gusto, odorato e tatto.
I contenuti di ciò che si vede, si ode, si gusta, si fiuta, e si tocca, vale a dire per esempio colori, rumori, sapori, odori, e ruvidità, riguardano dunque i relativi sensi nella misura in cui è caratterizzabile dal criterio scientifico della percepibilità, la quale per non andare essa stessa in crisi deve necessariamente essere immediata, cioè PRECEDERE ogni intellezione o giudizio sul percepito (1), dato che ogni intellezione o giudizio sul percepito non può che operare come mediazione fra percepito e percepente, e ciò che è mediato non può essere immediato.
Col termine "senso" si indica pertanto ciò che della fisiologia umana è in grado di entrare in azione offrendo all’uomo la possibilità di farsi un’opinione percettiva PRIMA dell’entrata in azione dell’intelligenza. Ad esempio, dovendo percepire un colore mi serve un senso, dovendo invece giudicare fra due colori, esso non mi serve.
Quanto segue mostra che è possibile, attraverso il medesimo criterio scientifico che ha permesso alla fisiologia ufficiale di attribuire realtà ai primi cinque sensi, riconoscere realtà anche ad altri sette sensi. Se infatti il criterio di verifica di un senso poggia sul dato di una funzionalità sensoriale avente come caratteristica essenziale la sua antecedenza rispetto al pensare, non si dovrebbe attribuire a quel senso differente dai cinque sensi ordinari, minore realtà di quella di cui godono i 5 sensi ordinari, solo perché non rientra in questi cinque.
Infatti, delle due l’una: o il criterio di immediatezza dell’attività sensoriale vale a caratterizzare tutto il nostro organismo sensoriale oppure ne caratterizza arbitrariamente solo una parte. Se si accetta che tale criterio ne caratterizzi solo una parte, ne risulta un essere umano omologato come mero “prodotto” della natura: quest’ultimo si può, sì, vedere, udire, gustare, fiutare e toccare, ma non offre un’immagine veritiera di sé come essere umano, a meno che la veridicità dell’essere umano riguardi non la sua essenza individuale, ma il suo essere un esemplare della specie animale.
Allo stesso modo - vale a dire basandoci sui meri sensi fornitici dalle scuole dell’obbligo - abbiamo difficoltà a cogliere la veridicità del tempo in cui viviamo.

Un esempio. Se tutta la gente del pianeta venisse a scoprire dall’oggi al domani la verità riguardante l’emissione monetaria, e risultasse evidente la necessità di superare il problema del signoraggio bancario, tale necessità non potrebbe venire soddisfatta che in un modo: sostituendo i creatori di moneta dal nulla con altri creatori di moneta dal nulla, e pagando questi ultimi come tipografi, anziché come prestatori di denaro (che è quanto sta succedendo oggi, dato che le gli Stati comprano cartamoneta dalle banche emittenti, scambiandola con titoli di debito pubblico, non al valore tipografico di quella cartamoneta ma al suo valore nominale, cioè conteggiando come valore la scritta impressa nominalmente su di essa, biglietto per biglietto, come se un biglietto da cento euro valesse tipograficamente la metà di un biglietto da duecento!). Però i nuovi creatori di moneta dal nulla come potrebbero essere scelti se per sceglierli, l’uomo si basasse ancora sull’approccio conoscitivo, che riconosce realtà ai soli cinque sensi? Anticamente il pedagogo era colui che attraverso l’arte maieutica sapeva estrapolare dal discepolo il suo vero talento. Oggi il maestro delle elementari è colui che introduce nel bambino nozioni, come se il bambino fosse un sacco da riempire. E tali nozioni sono in definitiva mere sintesi burocratiche chiamate cultura, vale a dire: se alla domanda A non rispondi con la risposta A1 non ottieni una giusta mia valutazione, e senza la mia valutazione non avrai il tuo titolo, così come io ho il mio come insegnante diplomato.

Anticamente le dodici fatiche di Ercole, i dodici segni zodiacali, i dodici apostoli, ecc., tutto confluiva verso la nascita dell’io nell’essere umano, ed il senso dell’io è infatti uno dei dodici sensi umani.

Gesù comincia il suo apostolato chiamando i suoi 12 discepoli e impartendo loro il suo primo insegnamento. "Chi sono questi dodici discepoli?" - scrive Jan Wanrijckenborgh nel suo libro "L'uomo nuovo - "Sono le dodici paia di nervi cranici che, simili ai rami di un albero, si dispiegano a partire dal santuario della testa, controllando e governando l'intero sistema. Quando un nuovo stato di coscienza è nato, la nuova coscienza, la nuova anima, conosce, guida e dirige l'intero essere. Le dodici paia di nervi cranici, per poter divenire i veri servitori, i discepoli del Signore, devono finire per essere poste completamente sotto il controllo della nuova forza sanguigna, devono essere in perfetto accordo con essa" (2).

Se dunque non vogliamo saperne di trasformare attraverso nuova consapevolezza il nostro vecchio approccio conoscitivo, ed anziché accettare di sviluppare tutti i nostri sensi e le nostre potenzialità, accettiamo la cultura dell’obbligo della dottrina dei cinque sensi, ci comportiamo come un suonatore un po’ suonato che di fronte ai tasti del pianoforte - sette tasti bianchi e cinque neri - decida di usare solo i tasti neri in quanto essi saltano subito all’occhio. Così, se ci rendiamo chiusi alla verità musicale dei dodici semitoni e ne usiamo solo cinque, non possiamo davvero pretendere di creare sinfonie libere dalla pentatonia.

La cultura che per esempio oggi si chiude al senso dell’io, è come la pretesa di fare musica eliminando un tasto dal pianoforte. È come pretendere di essere logici rifiutando il Logos. E così è se rifiutiamo di attribuire realtà agli altri sensi.
In tale rifiuto è visibile il continuarsi dell'azione iniziatasi con l'arabismo medioevale. La maggior parte delle attuali dialettiche è in fondo logica senza Logos, cioè arabismo, ma bisognerebbe dire misticismo occulto, aristotelismo degenerato in faziosità, averroismo. Per fare un esempio: percepisco l'articolo di Pinco Pallino, poniamo, sul “signoraggio”, e poiché Pinco Pallino è del mio partito, mi relaziono misticamente al suo “pensato”, trasmettendolo ad altri come fosse frutto del mio pensare. In realtà trasmetto una fede. Trasmetto il mio essere fedele al partito. E questa operazione, che imparo già nei primi banchi di scuola, è naturalmente subconscia: in ogni mia forma di sapere, mi pongo - se voglio esistere - in funzione di un io attuato solo come relazione mistica con la percezione sensoria! So che devo comportarmi così: far finta di pensare come pensa il mio insegnante, altrimenti sono guai. E devo ridere se costui fa una battuta, e fingere di rattristarmi se costui finge di rattristarsi… L'Arabismo è in sostanza l'antico misticismo rivolto oggi al dato dei sensi e al verdetto della scienza materialistica. Il nuovo "oppio dei popoli" in realtà è, appunto, l'antica fede un tempo rivolta alla Rivelazione, ed oggi rivolta ai risultati della scienza della materia ritenuta il fondamento, anche se come fondamento non la si riesce a scorgere, dato che viene presupposta all’io che la pone.
In questa epoca, che secondo Rudolf Steiner dovrebbe essere quella del pensiero cosciente, assistiamo alla più strana contraddizione del pensiero.
L'alienazione dell'Io è il non avvertire se stesso, il suo mancare di reale coscienza di sé. Tanto il problema del terrorismo internazionale, quanto quello delle guerre attuali cadrebbero, se si scorgesse questa semplice verità. Ma come si fa a scorgerla se la cultura è chiusa al senso dell’io?
Come dunque può essere considerato ragionevole la possibilità di scegliere nuovi creatori di moneta dal nulla in base al vetusto approccio conoscitivo che conferisce realtà a soli cinque dei sensi fra i dodici che l’uomo ha?
In base a questa restrizione delle possibilità umane, che dura da più di quattro secoli, cioè dall’avvento della scienza, raramente gli incontri e gli aggruppamenti tra gli uomini derivano dalla relazione fra libere individualità. Tali “unioni” sono suscitate da necessità istintive, che il pensiero riflesso codifica. Gli aggruppati non possono intendersi tra loro, perché il pensiero riflesso non ha capacità di identità spirituale. L'incontro degli spiriti è reso impossibile dal persistere del pensiero che non esprime né la reale natura dell'individuo, né il livello della sua basale coscienza. In realtà l'uomo respinge quotidianamente ciò che lui stesso quotidianamente sollecita di più elevato in sé, l'elemento pragmatico dello spirito.
Non si tratta d'altronde di combattere il materialismo. E neanche è il materialismo l'errore, ma casomai lo è lo spiritualismo che ignora le forze con cui l'uomo conosce la materia. Il materialismo non fa che alimentarsi delle forze che il malaticcio spiritualismo, vale a dire il cosiddetto pensiero debole, riesce a corrompere, assumendo come spirituali le soggettive sensazioni delle mistiche emotive.
Attraverso la restrizione del 12 nel 5 in merito alle facoltà percettive umane è insomma venuta meno la possibilità che sette potenzialità umane facessero fiorire l’individualità nascente. Essa anelava ad indagare il mondo con forze trascendenti divenute interiori, in quanto divenute pensiero indagante, attraverso personalità come Galileo, Newton, Keplero, Giordano Bruno ecc. Essa avrebbe dovuto riconoscere in tali forze il Logos operante nell'intelletto e nella volontà, riconoscendo così la propria identità con sé, vale a dire con la fonte stessa della sua forza: che non poteva essere più il Logos sentito misticamente fuori della coscienza, bensì posto a suo fondamento.
I sette sensi che la scienza di Stato deve ancora riconoscere come reali sono: il senso della vita, quello dell’automovimento, il senso statico o di equilibrio, il senso del calore, quello del linguaggio, il senso del concetto o del pensiero, e quello dell’io.

Qui di seguito essi sono esaminati secondo il metodo critico che caratterizza il contenuto del concetto di “senso” come ciò che della fisiologia umana entra in azione PRIMA della riflessione pensante, vale a dire in modo non mediato da questa, ma immediato e tuttavia capace di offrire ad essa precisi contenuti percettivi.
Spero che tutto quanto è stato fin qui osservato, pur costituendo ancora solo una minima parte indicativa di ciò che potrà svilupparsi in futuro in merito alla sfera sensoriale dell'essere umano, possa tuttavia servire di base per la conoscenza umana.
Credo che questa visione delle cose sia assolutamente necessaria se non si vuole rimanere travolti dalla medesima confusione in cui naviga ancora la cultura attuale: dalla filosofia all'antropologia, dalla teoria della conoscenza alla fisiologia, dalla fisica alla psicologia, e così via.

Senso della vita: grazie ad esso l’uomo ha l’immediata e primigenia percezione di sé e della sua vitalità. Questo senso ci offre la percezione di come stiamo. Come stai? Io sto bene e tu? Ci sentiamo bene. Oppure ci sentiamo male. E questo lo percepiamo prima che l'intelligenza entri in azione. Comprendere l'uomo e i suoi sensi, escludendo fra questi proprio quello che gli conferisce il potere di sentirsi interiorità completa, è sensato quanto pretendere che un computer lavori senza calcolare.

Senso dell'automovimento: è quello che permette agli esseri umani di percepire i loro movimenti. La funzione autopercettiva del mio muovermi, offertami dal mio senso del movimento, rientra nel criterio di verifica sopra citato in quanto, dato che per entrare in azione, non abbisogna di alcuna attività intellettiva. Quando ti do’ la mano dicendoti: “Piacere”, non ho bisogno di prendere misure dal mio al tuo palmo, tanto più che entrambi sono in movimento. Allo stesso modo, quando ti gratti in testa non puoi dire di usare l’intelletto per prendere le misure dell’altezza del tuo cranio. Noi non calcoliamo i nostri movimenti proprio perché non siamo macchine. Se non vi fosse il senso dell’automovimento, gli esseri umani sarebbero esattamente come le automobili. Faccio notare, fra l’altro, che il termine “automobile” è spurio, dato che l’automobile non ha alcuna percezione di sé durante il moto. Non così per gli esseri umani, che non sono macchine. E ciò vale per tutti i nostri movimenti, da quelli del battere delle palpebre a quelli del camminare o del correre.

Senso statico o di equilibrio: riguarda la percezione elle quattro direzioni spaziali. Senza la mia capacità di percezione immediata di ciò che sta un alto, in basso, da questa parte (sinistra) e da quest’altra (destra), avrei difficoltà a stare in piedi in modo giusto, cioè ortogonale e baricentrico. Infatti sarebbe un po’ pericoloso se l’uomo fosse privo di questo suo senso statico o di equilibrio: se per esempio egli fosse privo dell’apparato vestibolare, che è l’organo del senso dell'equilibrio, si accascerebbe. È comunque abbastanza strano che cercando di indagare in merito a questo apparato si trovi, sui testi di fisiologia scientifica ufficiale adottati dalla scuola dell’obbligo, tutto eccetto che esso è l’organo del senso dell’equilibrio. Si parla tutt’al più di controllo dell’equilibrio. Certamente queste spiegazioni sono giuste, dato che senza questo piccolo organo, o se per esempio esso fosse leso in uno dei tre canali semicircolari del nostro orecchio, perderemmo il senso dell'orientamento. Però, dato che la maggior parte dei testi scolastici di Stato si guarda bene dall’indicare che qui vi è un senso, per la scienza ufficiale si può allora realmente parlare solo di un controllo dell’equilibrio… senza senso.

Senso del calore: da non confondere col senso del tatto. Infatti tramite il tatto percepiamo per esempio se una cosa è dura o molle ma in superficie, mentre col senso del calore non è solamente la superficie a manifestare una qualità, bensì ciò che sta sotto di essa, cioè l’interno di un oggetto, nella misura in cui esso è compenetrato di freddo o di caldo. Se per esempio potessimo afferrare un tizzone ardente non avremmo come percezione la sua sola manifestazione superficiale, ma anche quella del suo interno. Ciò vale anche se afferriamo un oggetto gelido o un pezzo di ghiaccio. Infatti, tutto ciò che è esteriormente freddo o caldo, lo è a partire dal suo interno. Il senso del calore vale comunque anche in senso simbolico: impressioni di tutta una gamma di calore, per esempio, di un dipinto, mi appaiono immediatamente dai colori, anche quando non ho ancora identificato le forme che essi rappresentano. Lo stesso dicasi di una situazione o di una persona. Io percepisco subito se essa irradia o no calore umano.

Senso del linguaggio o della parola: tramite esso io percepisco il linguaggio che mi arriva dai miei simili tramite voce e parola. Una lingua, un linguaggio, nella sua interezza, appartiene ad un popolo. Il giudicare spetta al singolo. Ma ciò che parla al senso non è sottoposto all'attività interiore del singolo: per stabilire relazioni abbiamo a disposizione questa peculiare attività percettiva massimamente importante, che rientra nei criteri di verifica qui adottati per gli altri sensi, in quanto il linguaggio lo possiamo intendere benissimo anche quando la nostra capacità umana di giudicare non è ancora entrata in azione. Si tratta di ciò che percepiamo quando sappiamo intenderci coi nostri simili attraverso ciò che la parola evoca. Nel comprendere il linguaggio abbiamo infatti la possibilità di comprendere qualcosa in più rispetto al valore del tono delle mere parole udibili. In genere abbiamo difficoltà a riconoscere questo senso a causa del fatto che alla diretta sensazione di ciò che si manifesta nella voce si affianca immediatamente, di regola, la propensione a giudicarne i contenuti concettuali. Perciò non ci si rende minimamente conto di avere un organo per percepire il linguaggio dei nostri simili, ben differente dal senso dell’udito. Inoltre non vi è motivo di ritenere che per i suoni si abbia la medesima percezione che si ha per le parole: si tratta di due cose completamente distinte, come il gusto lo è dalla vista.
Certamente si potrà obiettare che il suono di una nota musicale e quello di una parola, sempre suono è. Però non si potrà negare che il suono di una serie di note musicali evochi qualcosa di essenzialmente diverso da ciò che può evocare una serie di parole. L’arte di adeguare le parole ad una melodia musicale e l’arte di creare parole “musicali” a prescindere da ogni melodia musicale sono due cose differenti. Attraverso il senso dell’udito percepiamo infatti solo l'elemento acustico o musicale del linguaggio, senza però minimamente coglierne il contenuto essenziale. Solo attraverso il senso del linguaggio possiamo riconoscere il linguaggio, e renderlo tale: proprio perché abbiamo in noi stessi un "vocabolario", che ci siamo formati da tutto ciò che questo senso ha percepito nel corso degli anni e dei decenni. Questo nostro organismo della parola o del linguaggio è ripartito in modo variegato, ricco e molteplice. Nel poppante non è ancora presente. Nel bambino è ancora scarso. Il bambino infatti impara a parlare prima di poter cominciare a giudicare. Soltanto attraverso il linguaggio egli impara poi a giudicare. Il senso del linguaggio è in fondo... un educatore, come lo sono i sensi dell'udito e della vista, nella prima età infantile.

Senso del concetto o del pensiero: è quello che mi permette di percepire i contenuti di pensiero altrui, evocati da linguaggi e/o dai generali contesti dialettico-comunicativi. Attraverso il senso del pensiero posso per esempio riflettere su quanto mi viene detto. Ma poiché per potere riflettere sui pensieri altrui, dobbiamo averli prima percepiti nel loro contesto, anche questo senso rientra nel criterio di verifica precedentemente adottato. Ogni tipo di linguaggio è sempre veicolo di pensieri, ma mai identico ad essi. Per esempio, se non esistesse un senso del pensiero si potrebbe percepire una lingua solo fonicamente, comprendendone l'essenza vocale, ma senza percepirne il contenuto reale di pensiero: nell’udire la parola "rosa" è infatti impossibile averne immediata chiarezza in frasi come le seguenti: "Hai visto Rosa?", "La rosa dei candidati era piuttosto vasta", "Non conosci la rosa dei venti", "È un fanatico di romanzi rosa", “Ho colto una rosa”, ecc. Il significato di un termine è infatti anche contestuale e semantico, oltre che linguistico. In definitiva, è l'uso che si fa delle parole a determinarne, a livello comunicativo, il significato. E sotto questo punto di vista, la cosiddetta "pragmatica" (settore della semiologia, scienza dei segni, e in genere della linguistica e della scienza della comunicazione) rientra pienamente nel senso del pensiero, che è ben diverso dal senso del linguaggio, dato che esso è, anzi, extra-linguistico, poiché serve a togliere dall'ambiguità linguistica parole o frasi che potrebbero avere significati diversi (faccio altri esempi: l'espressione "È saltato il catenaccio" significa qualcosa se, poniamo, ciò è l'amara constatazione di un tifoso che vede la sua squadra perdere dopo un'accanita difesa; ma significa tutt’altro se il contesto non è più lo stadio ma il carcere, dove un secondino scopre un tentativo di fuga; altro esempio: la parola "rimpasto” ha un significato preciso nel codice professionale del panettiere, ma ne ha invece un altro in quello politico, e così via).
Purtroppo per la maggior parte della gente non esiste alcuna distinzione fra parola e concetto, o fra evocazione e lingua, proprio perché non è sviluppato sufficientemente il senso del concetto o del pensiero. Eppure vi è differenza fra il percepire il mero suono delle parole o il loro contesto, ed il percepire il reale pensiero che sta dietro ad esse o al loro contesto. Il non cogliere questa differenza permette ai manipolatori di capitali di fare il bello ed il cattivo tempo tanto in politica quanto in economia, in quanto per esempio si risponde ad un contesto, poniamo, di emergenza economica, con giustificazioni pertinenti un altro contesto, per esempio di quotazioni di borsa. E dato che questa questione è importante per le tasche di tutti, porto il seguente esempio sotto forma di incongruenza del senso del pensiero: se petrolio, benzina e gasolio da riscaldamento, costano sempre di più al cittadino, come fa l’Eni a guadagnarci sempre di più facendo utili su utili (5,28 miliardi di euro di utile nel 1° semestre 2006 con un incremento del 21,5% rispetto al 2005)? A cosa sono serviti gli aumenti che i cittadini hanno subito - e continuano a subire - a causa dell’emergenza petrolio? Si possono commentare tali guadagni, dichiarando che l’Eni li avrebbe conseguiti “operando in un contesto caratterizzato da elevate quotazioni del greggio” (3), lasciando così assolutamente irrisolta l’istanza posta da un senso del pensiero sano.

Nella sua realtà profonda, il senso del pensiero, è infatti il senso stesso della moneta, dato che il denaro in definitiva non è altro che pensiero concentrata, spirito concentrato.
La mancata percezione della differenza fra contesto linguistico e relativo pensiero, condanna e massifica il cittadino relegandolo nel ghetto del cosiddetto “popolo bue”, in cui nessuno osa accorgersi che è comunque possibile percepire al di là di tutti gli altri possibili veicoli del pensiero. Tali veicoli non sono solo un determinato linguaggio, cultura, terminologia, ecc. La gestualità è un esempio di tali veicoli: faccio un gesto con la mano, l'altro capisce il pensiero espresso tramite questo "linguaggio", e si ferma, come da mio desiderio; chiedo qualcosa, ed egli scuote la testa; allora percepisco subito, capisco subito, per mezzo di questo suo gesto, i suoi pensieri; forse ha perfino sollevato le sopracciglia, quasi impercettibilmente, ed comprendo la sua risposta con l'aiuto dell'occhio, e col mio senso del movimento.
Anche persone che parlano lingue diverse possono dunque, nondimeno, intendersi bene attraverso gesti e mimica. Vi è poi un'ulteriore mezzo per dare ai nostri pensieri un'espressione comprensibile per i nostri simili. Si tratta della scrittura o del segno. Per acconsentire a qualcosa, posso dunque dire chiaramente "sì", oppure fare un segno affermativo con la testa, oppure ancora scrivere la parola "sì" su un foglio di carta. In tutte e tre i casi il mio simile percepisce i miei pensieri col suo senso del pensiero: nel primo caso, ricorre al suo senso dell'udito e della parola, nel secondo e nel terzo al suo senso della vista ed al suo senso del movimento.
Dunque, se la mia attività interiore può muoversi, animarsi, commuoversi, può farlo solo perché sa percepire il concetto, il pensiero.

Senso dell’io: è il senso in grado di rendere possibile un sentimento tale da fare sperimentare all'uomo un suo simile come sperimenta se stesso, non per via di deduzione ma per percezione immediata: così come il vedere non poggia su deduzione, allo stesso modo la percezione dell'altrui io non poggia su conclusione (e dunque su mediazione) del pensare, ma è immediata percezione. La funzione di questo senso è pertanto diretta, immediata, e indipendente dal fatto che vedo il mio prossimo, ne sento i suoi toni vocali, il suo linguaggio, o che vedo il suo incarnato, o che lascio agire su di me i suoi gesti, e così via. Così come l'esperienza del mio io è per me qualcosa di puramente interiore, allo stesso modo la percezione del tuo io o dell’io altrui è reciproco scambio fra me e te, o fra me e il mio prossimo, da me percepito come "mondo esterno" (o come io a me estraneo, o riguardante il mondo circostante). Tramite il mio senso dell’io, posso immediatamente percepirti, cioè percepire l’altro come verità fondamentalmente autonoma dell’interiorità umana, che in quanto verità non risiede nell’io, ma nel RAPPORTO fra l’io ed il tu (4). Tale rapporto è però impossibile o patologico là dove il senso dell’io manca. La percezione dell’io non è materiale, così come non è materiale nei sensi del pensiero e del linguaggio. Ciò nondimeno abbiamo a che fare con un vero e proprio senso umano, e con una vera e propria percezione, che in quanto tale è l’indicazione che per le percezioni immateriali usufruiamo di un organo peculiare di cui la percezione è una premessa: tale organo non è altro che la coscienza. Lo stesso può essere detto del pensiero e del linguaggio: senso dell’io, senso del pensiero e senso del linguaggio sono infatti i tre sensi più alti dell'essere umano. Per poter tramite essi sperimentare il percepire, dobbiamo avere prima in noi stessi una determinata "coscienza dell'io" (o “coscienza del sé”), organo che si sviluppa a partire dalla nostra peculiare "esperienza dell'io".
Anticamente la percezione dell’io era connessa a speciali prove e segreti misterici, dato che l’io incominciò ad incarnarsi nell’uomo soprattutto dal momento in cui il sangue del Golgota fecondò il pianeta. Prima di allora, l’uomo poteva avvicinarsi all’esperienza dell’io solo iniziaticamente, dato che indicava se stesso esattamente come fanno gli infanti: in terza persona. L'infanzia dell'umanità e l'infanzia del singolo uomo sono, da questo punto di vista, similari. E nei vangeli ciò è espresso dalll’espressione “figlio dell’uomo”, termine tecnico che riguarda propriamente l'io umano (5), il cui evento è un fatto relativamente nuovo, non solo rispetto al periodo dell’auto-presentazione di Dio mediante le parole “Io sono l’io sono” (“Eié ascèr eiè”) ricevute da Mosé, ma anche ai periodi più antichi a cui possiamo risalire.

È auspicabile che questi “nuovi” sette sensi, non ancora riconosciuti come reali dalla fisiologia scientifica ufficiale, vale a dire 1) il senso della vita, 2) dell’automovimento, 3) il senso statico o di equilibrio,4) il senso del calore, 5) del linguaggio, 6) il senso del concetto o del pensiero, e 7) dell’io,
vengano ancora esaminati secondo il medesimo criterio scientifico di percepibilità che ha reso possibile conferire realtà, cioè “realizzare” la dottrina dei cinque sensi.
Solo attraverso questo nuovo ri-approfondimento delle facoltà percettive che l’essere umano porta con sé con la nascita, sarà possibile il superamento dei limiti che da quasi cinque secoli l’uomo ha imposto a se stesso. Questa imposizione fu d’altra parte necessaria in quanto propedeutica allo sviluppo della scienza e della tecnologia. Ed è proprio la tecnica oggi a richiedere all’uomo di essere spiritualizzata, dato che lo sfuggire della tecnica dalle mani dell’uomo, genererebbe meccanizzazione dello spirito umano, e in definitiva la fine dell’uomo. L’uomo, dicendo grazie alla tecnica, dovrà fare ora il passo che lo porterà dalla materia al pensiero, cioè all’antimateria.
Materia, antimateria, e percezione integrale di esse, costituiranno il nuovo aspetto futuro della tri-unità in cui l’uomo dovrà avvertire di nuovo se stesso come divino-umanità. I tempi della triarticolazione dei poteri sociali, percepiti veggentemente da Rudolf Steiner e da tutti coloro che seppero e che sanno percepire non mera contrapposizione dialettica ma evoluzione del pensiero umano dai presocratici ai postkantiani, si avvicinano sempre più, e sempre più diventano percepibili, come esigenze sociali dei nuovi tempi.
I nervi, il cuore, ed i muscoli sono già una triarticolazione. Essa dovrà essere ricompresa anche a partire dalla sua embriogenesi, affinché l’immagine dell’uomo possa ancora microcosmicamente risorgere come espressione antropocosmica delle antiche parole “come in cielo così in terra”.
La fisiologia umana è la risultante dell’articolarsi di tre differenti sistemi di funzioni. Il primo è il sistema dei nervi e dei sensi; il secondo è il sistema ritmico, ed il terzo è il sistema del ricambio e delle membra. Insieme, essi formano lo strumento attraverso cui si manifesta la triplice attività interiore, data dalla vita del pensare, da quella del sentire, e da quella dell’agire.
Tramite questa nostra triplice organizzazione, affondiamo le radici del nostro io nel cosmo stellare.
Questo è un dato universalmente valido, dato che tutti siamo costituiti da questi tre principi fondamentali: comprendonio, cuore, ed azione.
Il comprendonio esige luce (conoscenza), il cuore, calore (amore), e l'azione la manifestazione di entrambi (luce del comprendere e calore del cuore). In tutto ciò siamo dunque identici, e possiamo ritrovare noi stessi proprio grazie a questa fondamentale struttura, ed ai bisogni, ed alle aspirazioni, che ad essa corrispondono. Che ne siamo coscienti o meno, che ne accettiamo o no l'idea, questa è la realtà del nostro essere, ed è solo in questo senso che tutti possiamo “lavorare” per formare un'unità.
Senza l’esperienza dell’universalità di una moderna “dottrina” della percezione, poggiante sui dodici sensi, è impossibile o per lo meno molto difficile arrivare a tale “unità”, così come sarebbe impossibile “unirsi” alle varie galassie escludendo il passaggio attraverso le dodici costellazioni del nostro sistema, dato che per rendere preciso, concentrato, e intuitivo il nostro pensare, in merito alla nostra parola, voce, io, ecc., non possiamo prescindere dal nostro percepire.
Credo pertanto che una nuova indagine sui sensi, sul nostro sistema nervoso, e sulla fisiologia spirituale che ne deriva, sia fondamentale per la vita universale degli esseri umani e soprattutto per la pace mondiale. Prenderne atto dovrebbe generare se non altro la speranza della possibilità che entrare davvero in una nuova era è possibile. L’era in cui la disunione fra gli uomini, che non comprendendosi più, arrivano a farsi le guerre, oltretutto dopo averle giustificate come giuste, finisce. Si tratta solo di avvertirlo. Per avvertirlo c’è bisogno di maggiore coraggio e di maggiore comunicazione.

 Ho affermato più volte questa necessità, e qui ne parlo ancora con l’intento di estendere le affermazioni scientifiche della cultura di Stato anche a quei sensi senza i quali non può darsi alcuna scienza della comunicazione.
La nascita delle scienze della comunicazione è anch’essa sintomo di un’esigenza sociale dei tempi nuovi. Ma una scienza della comunicazione poggiante ancora su semplificazioni o su ingenuità filosofiche può insegnare poco o nulla, e trovarsi assolutamente impotente a fronteggiare i guai che la mancanza di comunicazione produce dappertutto.
Gesù diceva: “Chi ha orecchie per intendere intenda”. Infatti, se Caio ascolta davvero quanto ha da dirgli Sempronio, in quel momento non gli interessa nient’altro se non ciò che Sempronio dice: sente il suono della sua voce, sente le sue parole, e percepisce i suoi pensieri, concetti e rappresentazioni, ed è assolutamente certo che Sempronio sia dotato di un “io” così come lo è lui. Fra chi parla e chi ascolta vi è una profonda differenza. Chi parla è egoicamente attivo, e sviluppa pensieri ed idee, che formula in parole e frasi, vivendo nell'elemento quotidiano del suo "io". Chi ascolta, nella misura in cui ascolta, rinuncia invece ai propri pensieri ed alle proprie opinioni, facendosi mero organo di percezione di pensieri altrui. Se infatti iniziasse a produrre egli stesso pensieri, non potrebbe percepire i pensieri dell'altro.
Risulterà pertanto sempre più evidente avvertire dettagliatamente, attraverso la considerazione dei 12 sensi umani, che nel percepire ciò che si manifesta nel fenomeno di un semplice colloquio (o di una semplice corrispondenza elettronica), che abbiamo sempre a che fare con reali organi di senso, dato che, materiali e/o immateriali, il tono, il linguaggio, il pensiero, e l’“io” dell'altra persona, sono mondo reale della nostra esperienza, che in quanto tale può essere sperimentato, allo stesso modo in cui sono sperimentabili gli odori, i sapori, i colori e il calore.
Per la pace universale degli uomini, le conseguenze di questa presa di coscienza si manifesteranno sempre più come una fondamentale scoperta, dato che sempre più saranno proprio esse, e non le leggi, a regolare in futuro i rapporti fra gli uomini.
La conoscenza è stata limitata ma non ci sono limiti alla conoscenza. Le attuali catastrofi sono il segno della conoscenza respinta dall'uomo: sono la conseguenza delle strutture della cultura e della civiltà, le quali contraddicono il principio a cui attingono l'ordine spirituale stesso. Tale ordine non può non riaffermarsi.
Chi riesce a intravedere il procedere di tale ordine al di là dalle interpretazioni dovute alle filiazioni moderne della metafisica - perfino a quelle di Avicenna e di Averroè - non può che constatare che tale ordine esige, come proprio veicolo, la coscienza autonoma: non dunque l'ottusità delle teorie o dei provvedimenti esteriori, meramente creduti.Il male umano non è neanche là dove appare il credere cieco, o il pensiero debole o il materialismo, ma là dove sorge come alterazione del conoscere, e dove si rinnova in forma moderna come avversione al Logos, di cui fu inoculatore nell'anima occidentale l'aristotelismo derealizzato. Rispetto a ciò, la visione dell'assoluto sensibile di Marx, Feuerbach, Lenin, Trotzkji, ecc. non fu causa, bensì conseguenza del male. La causa dei mali del mondo non va dunque ricercata in una dottrina sociale o politica, o in un sistema dialettico, ma in qualcosa che è prima, e che tuttora persiste: in un culto metafisico-mistico, mirante a voluttà meditative ed estatiche, piuttosto che a conoscenze liberatrici.

La causa va ricercata in discipline del sentimento e dell'intelletto, che sviluppano un tipo psichico di forza, a condizione che non sorga l'autore, l'io. In tali discipline (cristianesmi senza Cristo, psichiatrie sensa psiche, filosofie senza sofia, ecc.) le facoltà interiori divengono forze dell'egoismo, cioè dell’essere inferiore dell'uomo, che si fa asceta, maestro di saggezza, geloso del suo sapere, soddisfatto della sua coscienza di appartenenza politica, e persino dei suoi impulsi di fraternità.
Il dramma di oggi è l'avvento del nuovo schiavo, che si fa "ripetitore di pensati altrui" in nome della fede in un partito o in una chiesa, capace di combattere tutto ciò che non è materia, oppure di generare kamikaze in nome di un altro credo per combattere il materialismo. Ancora attaccata ai cadaveri residuali dell'antica Roma, la società moderna stenta a nascere nella misura in cui, pur avendo esaurito la sua grande missione - che era quella di offrire all’essere umano il Diritto – è simile a un cadavere che per coazione si riproduce sottomettendo tutto e tutti alle sue dinamiche mortali: non viene alla luce nella misura in cui tendiamo ancora con pigra indifferenza o pusillanimità a rimanere schiavi sotto l'impero romano, per quanto mascherato esso cerchi di nascondersi sotto varie forme. L'evoluzione aveva necessità di questo processo di morte per far sviluppare il pensiero del Diritto degli esseri umani fino alla consapevolezza della vita, della vita del pensiero, e della vita del Diritto. Ora il Diritto, per essere diritto alla vita, deve fare un passo ulteriore che deve provenire dal basso, vale a dire alla tua esigenza ad un reddito minimo garantito per tutti (quota monetaria che ciascun cittadino ha il diritto di ricevere in base al 2° comma dell'art. 42 della Costituzione).

Infatti il pianeta Terra è di tutti, e gli uomini che se ne impossessano lasciandone fuori altri uomini, violano il senso stesso della Terra che è quello di essere per l’uomo, non contro l’uomo.
Se il progresso tecnico cresce, e a lato di tale crescita, che dovrebbe beneficare tutti, aumenta invece la povertà, questa contraddizione trova origine e spiegazione in un passato, che non si vuole lasciare in nome del nuovo. È un passato che era sotto la direzione di forze dirigenti, mirate a mantenere la maggioranza degli uomini in stato di schiavitù, dunque un periodo - dal tempo egizio-caldaico-assiro-babilonese a quello greco-romano, e fino all'attuale - i cui prodotti erano costituiti, da un lato, dal risveglio di una forte autocoscienza pensante e, dall'altro, da un immane sforzo per mettere gli elementi della natura a servizio di tutti, al fine di liberarci tutti dalle mortificazioni derivanti dalle difficoltà nel procacciamento dei beni necessari per la sopravvivenza. Ma oggi, che da circa 2000 anni la coscienza umana non può più non sentire la fratellanza universale e il bisogno di libertà, grazie alla sua nuova dignità conferitale dalle forze di individualizzazione dell'io, inizia un'apertura amorevole verso gli esseri umani e un nuovo bisogno di liberarsi da ogni sofferenza imposta illegittimamente dall'esterno. La liberazione però non poteva essere solo un fatto formale, e dovevano parteciparvi tutte le coscienza individuali, in piena consapevolezza. In altri termini è stato necessario che ogni essere umano fosse inserito pienamente nell'esperienza materiale - e in ciò si può vedere la ragione spirituale della nascita del materialismo inteso non come dottrina ma come condizione - dove ogni errore di pensiero trova subito un concreto riscontro e "costringe" il singolo alle eventuali necessarie correzioni (vedi, per es., le aberrazioni del cattolicesimo con le "sacre inquisizioni", quelle del comunismo coi "gulag", del nazismo coi "campi di sterminio", il fondamentalismo, gli ultimi eventi bellici, i fatti del Libano, ecc.). Insieme ai pericoli di deviazione e di allontanamento spirituale cominciava così a nascere il "pensiero auto-cosciente" e con esso la scienza.
Tale esperienza è stata traumatica per molti, ma questo era il prezzo da pagare provvisoriamente sulla via dello sviluppo del libero arbitrio e dell'amore.

NOTE
(1) Cfr. per esempio http://not-only-bright.exactpages.com/glossariodr.htm
alla voce “percezione”.
(2) Jan Wanrijckenborgh, "L'uomo nuovo", Ed. Lectorium Rosicrucianum, Milano, 1989.
(3) Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, in “La Gazzetta”, "FAIB Informa 32", Anno XI Circolare della FAIB Confesercenti, Tel. 06-47251, Fax 06-4740750, 31 luglio 2006 (http://www.confesercentimilano.it/upload/2006731143120_n.%2032%20luglio%202006.doc
).
(4) Cfr. Martin Buber, “L’io ed il tu”, Ed. IRSeF, Pavia, 1991.
(5) Urs von Balthasar, "Sponsa verbi", Ed. Jacabook.

postato da: antigattopardo alle ore 16:11 | Permalink | commenti
categoria:sensi, giordano bruno, newton, scientifico, moneta, percezione, fisiologia, logos, keplero, criterio, emissione, arabismo
venerdì, 15 settembre 2006

Attraverso i soli 5 sensi umani è impossibile comprendere la storia. Chi critica costruttivamente i contenuti dei miei scritti mi esorta ad essere più chiaro. Certamente la chiarezza è esigenza culturale, dato che la parola ebraica "ur", insita nel "culto di Ur" di "cultura", significa in ebraico "luce". Ma proprio per questo motivo esige anche non solo la passività intellettuale di chi si limita a dire "Prendo atto", bensì anche l'attività interiore previsionale della cosiddetta "coda dell'occhio", che la scuola dell'obbligo non accetta di certo come cultura.

Quando Goethe attraverso i suoi studi sulla polarità della luce asseriva che il colore poteva essere percepito non solo per mezzo della vista ma anche tramite il sentimento, fu detto visionario dalla corrente newtoniana che lo avversava.

Eppure oggi l'invenzione della macchina fotografica Polaroid, che si basa appunto sulla polarità dei colori, messa a confronto con le sue idee sulla polarità di luce ed ombra, è la dimostrazione scientifica che tali idee non erano quelle di un semplice poeta visionario, ma di un vero scienziato. Nonostante la “cultura” dei cinque sensi impartita nelle scuole dell’obbligo, ci si può però accorgere della contraddizione in cui cade la scienza ufficiale attuale negando l’esistenza dei colori e chiudendosi gli occhi di fronte al funzionamento della Polaroid, o della televisione a colori che si basa sul medesimo principio scientifico. Pian piano queste idee si faranno strada e saranno rivalutate. Secondo la fisiologia ufficiale, i sensi che ci tengono in comunicazione con il mondo sono cinque, a cui si aggiungerebbe un “sesto senso”, inteso però solo come interprete dei precedenti. Invece, secondo i principi filosofici di Rudolf Steiner, studioso di Goethe del secolo passato, i sensi dell’uomo sono dodici.
È comunque un dato di fatto che la società occidentale tenda generalmente a concentrarsi sullo sviluppo dei soli sensi della vista e dell’udito, trascurando tutti gli altri. La ragione sta in una maggiore condivisibilità degli stimoli audio-visivi, mentre le percezioni tattili olfattive e del gusto sono di per sé soggettive e discutibili.
In tal modo l’uomo è come “addormentato” nel materialismo di gruppo, ed il castello incantato dove vive suo nucleo addormentato è accessibile attraverso le dodici porte dei sensi che possono essere più o meno chiuse. Vi sono persone che devono riapprendere la lingua del tatto, o perché non hanno tatto e agiscono grossolanamente, o perché hanno perduto il contatto con i regni della natura. Costoro si comportano come bizzarri strumentisti che di fronte ai tasti del pianoforte - sette bianchi e cinque neri - usano solo quelli neri in quanto questi saltano subito all’occhio. Così, se ci rendiamo chiusi alla verità dei dodici sensi e fingiamo di usarne solo cinque, non possiamo davvero pretendere di creare convivialità.
I sette sensi che la scuola dell’obbligo deve ancora riconoscere come reali sono: il senso della vita, quello dell’automovimento, il senso statico o di equilibrio, il senso del calore, quello del linguaggio, il senso del concetto o del pensiero, e quello dell’io. Tutti e sette questi sensi sono indagabili e dimostrabili attraverso l’identico criterio usato per la determinazione degli altri cinque: la percepibilità immediata, la quale per essere tale, deve precedere giudizi e pensieri sul percepito, i quali operando come mediazione ne escluderebbero l’immediatezza. Sono pertanto sensi di percezione.
Il senso della vita ci permette di rispondere “Sto bene” (o “Sto male”) quando ci chiedono “Come va la vita? Come stai?”; il senso dell’automovimento di correggere il nostro movimento (feedback); col senso dell'equilibrio possiamo reggere in modo ortogonale il nostro peso corporeo secondo un preciso baricentro; il senso del calore è fra i più aggrediti nella nostra civiltà occidentale, ed è indebolito dal freddo interiore provocato da un eccesso di pensiero intellettuale. Come nell’esempio della Polaroid, che funziona nonostante la scienza affermi che il colore è un’invenzione del cervello, il senso del calore comporta l’altrettanto quotidiano paradosso che commerciamo in colori caldi, coreografie, scene, musiche, ecc., calde o fredde, negando a tale senso del calore realtà scientifica. Così che, l'ostinazione di coloro che di questi sensi non ne vogliono sapere è diventata progressivamente un isolamento autistico dal mondo, una solitudine, una separazione dettata da fissazioni narcisistiche, vanità, e da presunzione, in cui si è progressivamente persa anche l'efficienza dei sensi superiori, come quello della parola, quello del pensiero, e quello dell'io altrui, rendendo così mancante l’arte sociale che l’uomo, per essere umano, deve riconquistare. Se si considereranno questi sette processi vitali, si potrà un giorno scientificamente e spiritualmente descrivere per esempio le trasformazioni che per esempio comportano come energie cromatiche dei sette colori dell’iride, e metterle così in relazione di interiore attività con le sfere planetarie che sono la fonte primaria dei colori, secondo Steiner. Se invece ci si continuerà ad attenere alla scienza di Stato si rischierà di generare come normalità quell’“uomo senza meraviglia”, che ripudia la guerra secondo l'art. 11 della costituzione, ma che poi si fa “assoldato” in missione di “pace” con elicotteri e navi da guerra. “In politica, come sul letto di malattia, la gente si gira da una parte e dall'altra” diceva Goethe “pensando di trovare una posizione più comoda”…

Lo Stato, facendosi carico di competenze in ambito economico e in ambito culturale, di fatto nuoce all'economia e alla cultura.
In realtà la vita dello Stato si è sempre chiamata - ed oggi più che mai (è a tutti evidende) si chiama - guerra.

Nella foto: Angelina Jolie e Jeffrey Sachs

Prodi fa parte delle stesse lobby che si incontrarono nel ’92 sul panfilo Britannia, ed ha in programma la creazione di un interporto a Malta per lo scambio di merci (il discorso dello stretto di Messina di Berlusconi è quello di un’altra lobby sostanzialmente conforme), conformemente al piano dei banchieri della Goldman Sachs (Jeffrey Sachs e lo svedese Anders Åslun, coi quali Prodi ha ampiamente collaborato) il cui obiettivo è controllare soprattutto il traffico mercantile della rotta che partendo dalla Cina giungerà sino all’Europa costeggiando il Suez e i porti dei balcani.

Panfilo Britannia - Ristorante

Quell’incontro non fu un evento frutto del caso, ma una trappola ordita a bordo del panfilo della corona inglese Britannia, al largo di Civitavecchia il 2 giugno del 1992, quando Mario Draghi e Beniamino Andreatta guidarono un incontro tra 97 parlamentari italiani con i rappresentanti delle grandi banche inglesi, tra cui la Warburg e la Barclays. Gli onori di casa al centinaio di ospiti convenuti per discutere la svendita dell'Italia furono fatti dalla regina Elisabetta II.

Ci sono inoltre altri personaggi che si incastrano perfettamente in tale quadro come caselle di domino. Reginald Bartholomew, ex ambasciatore britannico a Roma nel periodo 1987-89 , nell’1993 ambasciatore americano a Roma e dal 1990 ad oggi figura chiave del British Invisibles, oltre ad essere direttore dal 1991 della NM Rothschild & Sons LTD .
Nel 1994 ecco cosa dirà Bartholomew: “Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri”. Cinque anni dopo Bartholomew diventerà presidente di Merryl Linch Italia.

Nella foto: Reginald Bartholomew con Stefano Folli e Massimo Teodori

Tra gli ospiti illustri c’era appunto Prodi, presidente dell’IRI, futuro Presidente del Consiglio e Presidente della Commissione Ue, nonché i rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, della Baring & Co. e della S.G. Warburg , Riccardo Gallo dell'IRI, Leon Brittan, faccendiere ma appartenente alle alte sfere dei media, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Scrivi PRODI e leggi: GOLDMAN SACHS BANK, WARBURG BANK, BARCLAYS BANK, LEHMAN BROTHERS BANK, ROTHSCHILD BANK, HSBC BANK, GEORGE SOROS, ecc (http://www.disinformazione.it/godfather.htm).

Tra gli esimi partecipanti Gianfranco Miglio, della lega nord, che sosteneva la lotta di Bossi contro “Roma ladrona” e inneggiava alle privatizzazioni, perdendo alla fine anche i soldi delle tangenti nella sede del partito.
Associati newyorkesi della Goldman Sachs, della Merrill Lynch e della Salomon Brothers , nonché i loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell'OCSE e nel mondo dei mass media, che appoggiano in tutto e per tutto le politiche massoniche sostenendo la propaganda.
Mario Draghi del ministero del Tesoro, nonché l’intero schieramento del centro-sinistra, D’Alema e l’intera armata di Brancaleone che si preparava a conquistare il governo del Paese.
Tutti questi strani personaggi sostengono che la droga è un male quando in realtà è il più grande paradiso fiscale: le Antille Olandesi dove è custodito il gran bottino di Soros e dei banchieri internazionali. Lì dove Soros ha creato le associazioni contro la droga, per poi vendere giustizia con le lotte per la sua liberazione.
Si trasformò così in maniera indolore l’Italia in una sorta di repubblica centroafricana, fu un tracollo, un disastro senza precedenti ma non si videro carrarmati nelle strade, né deportazioni o genocidi.
Dopo l’incontro sul “Britannia” le privatizzazioni vennero effettuate a ritmi serratissimi fino a decretare il fallimento dell’IRI: furono numerose le ditte che vennero acquistate dalle multinazionali : Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza.
In quel periodo vi fu una specie di “colpo di stato” interno alla massoneria italiana, con il Gran Maestro Di Bernardo, preoccupato per l’offensiva scatenata dagli incappucciati del Grande Oriente d’Italia capitanati da Armando Corona. La magistratura si spaccò in due tronconi ben distinti “ideologicamente”. Ricominciarono ad esplodere bombe.
Jürg Heer dichiarò di aver pagato 5 milioni di dollari ai killer mafiosi di Roberto Calvi: uno strano susseguirsi di eventi, tutti concentrati nel giro di pochi mesi, tutti nel 1992.
Quella stessa lobby, che nel Britannia decise Maastricht e la vendita dell'Italia, e che ora siede al governo, vuole conquistare il controllo dei grandi Corridoi Europei, e sottrarlo così ad un'altra. Ora che i Benetton intendono vendere Autostrade S.p.a., dopo averla acquistata a poco prezzo dallo Stato senza essere disposti poi a sostenere i costi per la sua manutenzione, la lobby che si nasconde dietro Prodi vuole sottrarla ai Savoia, che si era intanto accordato con Gheddafi per scalarla.
Come deciso sul Britannia nel '92, il Governo d'Alema tra il '97 e il '99 non ha fatto altro che promulgare le leggi per i Banchieri, come quelle in difesa dell'anatocismo, delle privatizzazioni di massa, delle opere di costruzione dei grandi corridoi, mentre in Kosovo cadevano bombe all'uranio impoverito. Ora il governo Prodi sta continuando i lavori dove li avevano lasciati, ed è davvero strano che proprio in questo periodo aumentino gli attentati contro gli italiani in Iraq. Ora che occorre fare le finanziarie, riscrivere le leggi del risparmio, e dare il via alle nuove "grandi opere". Sono dei ciarlatani perché immischiati in un circolo di collusione con le lobbies bancarie, mentre noi ogni mattina andiamo ad aprire una saracinesca, mandiamo in nostri figli in guerra credendo che vadano a morire per la patria, mentre muoiono per l'Eni e per le Banche.
Cos'altro possiamo infatti pretendere ora da una classe politica che eredita le direttive del Britannia, e che ha nelle sue fila uomini senza alcuna cognizione di causa, uomini come Di Pietro, che da semplice poliziotto è divenuto Commissario e poi Pubblico Ministero, sino ad illuminarci dall'alta poltrona della Camera con la sua figura di ministro. A cosa devolvere questo grande successo e questa carriera sfolgorante? Sarà forse in qualche modo legata alla straordinaria performance di Tangentopoli?
Questi dubbi sono leciti, e queste domande legittime.
Io aspetto risposte dai politici e dalle Autorità. Finora non le ho avute, perché costoro sono dei vigliacchi, ed hanno paura del loro stesso mentire, dato che ora non sanno davvero cos'altro dire.
Se una riforma va fatta, questa deve essere improntata alla regolamentazione dei mercati economici sulla base delle caratteristiche del mercato e della realtà imprenditoriale.
L’unica politica possibile è dunque incominciare a fare qualcosa che non si è ancora incominciato a fare nel mercato: desistere dal fare qualsiasi cosa. Cioè non fare.
Questa è l’unica azione politica che può essere vincente, dato che tutto quello che si è fatto è stato fatto contro il mercato e contro l’uomo. La logica del mercato, la logica della libertà e la logica del diritto sono tre logiche differenti fra loro. Se attraverso la mera logica del mercato è giustificato distruggere agrumi per aumentarne la rarità e i prezzi, non lo è per la logica del diritto e per quella della vera libertà (che non è l’arbitrio)…
L'uomo è oggi sottomesso alla società, e ciò è l'esatto contrario del "sabato per l'uomo", predicato da Gesù di Nazaret (non dico queste cose da “credente” ma da studioso, che rileva che occorre una polis PER l'uomo. Quest'ultima, per funzionare correttamente dovrebbe fisiologicamente ispirarsi al funzionamento dell'organismo umano. Se infatti in un uomo il suo cuore (sistema circolatorio) volesse accentrare in sé le competenze di nervi (sistema nervoso) e muscoli (sistema metabolico), scoppierebbe. Così succede alla società quando il suo “cuore”, lo Stato, accentra in sé ogni potere. Lo Stato, se davvero civile e di diritto, dovrebbe innanzitutto occuparsi del civis e del diritto, promuovendo civiltà attraverso servizi che riguardano l'esercizio della sua sovranità politica: governo, giustizia amministrativa, sicurezza, difesa, e così via, e che provengono da auctoritas nella misura in cui i loro "auctores" sanno garantire (non determinare) tutte le altre prestazioni: quelle che possono essere messe sul mercato e quelle che possono offrire informazione e cultura; le prime nella loro logica economico-immaginativa o di convenienza, le seconde nella logica intuitiva di evoluzione spirituale e libera ricerca libera. Come nell'organismo umano ogni apparato funziona secondo competenze regolate dal cosmo - e "cosmos" significa "ordine" - così nell'organismo sociale ogni apparato dovrebbe agire secondo quel medesimo assetto cosmo-logico naturale, in modo che ognuna delle tre sfere non disturbi l'altra provocando dis-ordine.
Tali tre sfere sono l'economia, il diritto e la cultura, corrispondenti ai tre principali sistemi - "nervoso", "circolatorio" e "metabolico" - del corpo umano.
Stato di diritto, apparato economico, ed apparato culturale sono rispettivamente il sistema circolatorio, nervoso e metabolico dell'organismo sociale.
Le basi naturali della vita economica, come il terreno o altro, sono le capacità cerebrali che l'uomo porta con sé dalla nascita: perfino le circonvoluzioni del cervello assomigliano alle radici arboree che cercano nei terreni la linfa per i loro frutti.
Un paese che abbia sfavorevoli condizioni naturali per la sua vita economica è come un uomo che sia mal dotato.
La vita culturale e spirituale è invece ricambio: la società "mangia" e "beve" le nostre produzioni spirituali, cioè quel che gli apportiamo sotto forma di arte, scienza, idee tecniche e così via. Un paese al quale i suoi abitanti non apportano niente nel campo dell'arte, della scienza o delle idee tecniche, è come un uomo che patisce la fame perché non ha nulla da mangiare.
La cosmo-logia di quest'ottica è la vera regola del "sabato per l'uomo". Fuori di essa ogni valore diventa un "ismo": la verità diventa nichilismo, la bontà buonismo, e la volontà volontarismo: se per esempio lo statalismo deve buonisticamente occuparsi un po' di tutto lo può fare solo a discapito di tutto. Allora anche il diritto ne viene intaccato e lo "Stato di diritto" non può che trasformarsi nell'innaturale "diritto di Stato" (vedi per es., la distruzione "legittima" degli agrumi per fare alzare i prezzi). Invece nella naturalità della triarticolazione sopra accennata, tre diversi affluenti apportano benessere: la solidarietà (fraternità) nel torrente dell'economia, l'uguaglianza in quello del diritto, e la libertà in quello della cultura. Fuori da questi loro rispettivi percorsi cosmologici, fraternità, uguaglianza e libertà, divengono essenzialmente di reciproco disturbo. La comparazione uomo-società poggia sul numero tre e sulla triade divina. La "triarticolazione sociale" non è un'immaginazione utopistica che non si può tradurre in pratica, ma offre risposte concrete a problemi attuali come ad esempio quello dell'inflazione.
L'inflazione proviene anch'essa da una scorretta cosmologia economica riguardante la moneta. Da questo punto di vista, la triarticolazione sociale accennata, integrando l'intuizione di Gesell del denaro datato con l'idea che i proventi del conseguente decumulo sono utilizzabili per distribuire un reddito a tutti i cittadini in modo da svincolare completamente il salario dal lavoro, offre la possibilità scientifico-spirituale di una nuova fiscalità, in cui i prelievi fiscali siano rivolti a tutta la base monetaria, non più al reddito (solo così tutti pagherebbero le tasse).
Oggi l'impegno urgente è il cambio di paradigma, non solo perché la trasformazione del pianeta è sempre più accelerata e la nuova umanità, sparsa come il sale, cerca contatti, ma anche perché ogni politica ha fallito: la burocrazia, creata da 250 mila leggi soffoca gli italiani, la fiscalità reddituale si scarica sui prezzi generando miseria, più cresce il progresso tecnico più aumenta la povertà, le aziende chiudono o emigrano, i giovani e i disoccupati non trovano lavoro...
La gente lo sta comprendendo sempre più. Viene l'ora, ed è già questa, in cui qualcosa cambia, e quello che era impossibile si rivela possibile.
Occorre solo un po' di stazione eretta e di autofiducia. Non è impossibile. È impossibile solo ai quadrupedi. Se si appartiene a questa categoria non si può fare altro che politiche del giogo e della schiavitù…

postato da: antigattopardo alle ore 16:18 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 15 settembre 2006

Le seguenti brevi riflessioni, che non dovrebbero riguardare la mera filosofia del diritto, ma anche la sana riflessione pensante di ogni persona in merito alle proprie tasche, partono dall’osservazione che nell’organismo sociale in cui vive, il cittadino si trova di fronte ad una realtà in cui vi è un’entità che dichiara di essere "lo Stato", e di essere "sovrano".
Secondo il diritto generale, il contenuto concettuale del termine “sovrano” è pertinenza essenziale dello Stato: lo Stato è tale se è sovrano. Ed il sovrano in quanto tale è lo Stato: tanto come popolo, quanto come re assoluto (l'état c'est moi). Sovranità e Stato, dunque, si implicano a vicenda.
È però un dato di fatto che l'entità che si dichiara "Stato" ("Stato italiano", "Stato tedesco", "Stati Uniti d'America", ecc.) non è sovrana: non ha la sovranità, ma subisce la sovranità. L'entità sedicente "Stato" è infatti sottomessa al potere di un'altra entità: il sistema bancario, il quale non si dichiara sovrano.
Si impone allora un’istanza filosofica (teorico-giuridica), che riguarda non solo la persona giuridica, ma il cittadino in quanto persona in carne, ossa, e... riflessione pensante.

 

Come si può allora porre in termini giuridici la questione?

Le domande possibili che tale questione impone sono infatti: è giuridicamente esatto dire che lo Stato reale consista nel sistema bancario? È giuridicamente esatto dire che l'entità che si definisce "Stato" non sia lo Stato, ma sia uno Stato simulato? Di conseguenza: è giuridicamente esatta l’affermazione che il cittadino dovrebbe incominciare a rivolgersi al sistema bancario nazionale (o internazionale mondiale) come al vero (e/o reale) Stato sovrano?
La questione richiede - ancora per conseguenza - il seguente essenziale quesito teorico-giuridico sul contenuto concettuale di Stato: affinché un'entità, per es., il sistema bancario, sia giuridicamente “Stato”, è sufficiente che essa sia di fatto sovrana, oppure occorre anche - vale a dire in aggiunta al suo essere sovrana e comportarsi da sovrana - che essa pubblicamente si dichiari sovrana?
La risposta a questa domanda è importante, dato che se si risponde affermativamente, si dovrebbe concludere, paradossalmente, che non esiste alcuno Stato. E oltretutto, quale che sia la risposta, non può passare inosservato il vantaggio specifico dell'essere senza apparire: “il sovrano reale usa il sovrano finto ed i suoi poteri” - scrivono l’avv. Marco Della Luna ed il prof. Antonio Miclavez - “per fare i propri interessi nel mondo, anche mediante devastazioni economiche e guerre, senza apparire in prima persona, senza metterci la faccia, e senza assumere responsabilità giuridiche, politiche, e morali” (1) .
Mi pare pertanto un’esigenza sociale dei tempi nuovi che ogni costituzione statale enunci espressamente: che lo Stato-popolo sia sovrano, e che la sua sovranità comprenda anche la sovranità monetaria e quella tributaria. Altrimenti il paradosso della sovranità occultata porterà a conflitti insanabili, come quelli per esempio del tempo presente: da un lato l’esigenza di sovranità dello Stato d’Israele, dall’altro l’esigenza di sovranità di tutti gli altri stati del mondo... Infatti non si comprende come e perché una sovranità debba essere considerata sovrana rispetto a tutte le altre "a sovranità occultata" (o a "responsabilità limitata").

(1) Della Luna - Miclavez, “Euroschiavi e i segreti del signoraggio” (2ª ediz. ampliata e aggiornata), Ed. Arianna, Casalecchio (BO), 2006.

Il rapporto che sussiste tra lo Stato ed il sistema bancario, e che riguarda il contenuto concettuale del diritto, genera un paradosso di tipo filosofico, che sostituisce, se non risolto, la democrazia con la steganocrazia (da “stéganos”, cioè “copertura”, “tetto”) occultandone la sovranità.
postato da: antigattopardo alle ore 16:21 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 15 settembre 2006

"[...] Snefru, per consolidare l'unità del paese e, nello stesso tempo, ampliarlo e arricchirlo, organizzò una fortunata spedizione in Nubia che fruttò un ricco bottino fatto di 7000 schiavi e 20000 capi di bestiame alla quale fece seguito una spedizione in Libia da dove importò 11000 prigionieri e 13100 animali..." (1)

Chi sostiene che nelle frasi egiziane in cui si parla di schiavi si parli in realtà di sacerdoti, in quanto per l’antico Egitto “servo” è sinonimo di “sacerdote” (2), non dimentichi che anche nell’attuale religione cattolica il papa è detto “servo di Dio”. Credo che questo fatto, esattamente come quel sinonimo, non possa costituire di per sé prova dell’inesistenza odierna di schiavitù. Certamente vi è differenza fra lo schiavo antico e quello moderno, ma tale differenza riguarda le condizioni economiche di sussistenza dello schiavo moderno: peggiori rispetto a quelle dello schiavo antico. Tanto al tempo di Hatshepsut, la regina che inviò nel paese di Punt (attuale Etiopia) una spedizione di navi che ritornarono cariche di schiavi, quanto al tempo successivo della schiavitù romana, gli schiavi servivano le famiglie, ed erano da queste ben voluti e mantenuti dalla nascita alla morte, mentre oggi un ADB (assistente domiciliare di base) percepisce un reddito minimo, è tartassato esattamente come un professionista, fatica ad arrivare alla fine del mese, e se ha famiglia fatica ancora di più, ed è costretto ad indebitarsi...
Gli schiavi di Hatshepsut erano dunque diversi dagli attuali schiavi della regina d’Inghilterra, dato che questi ultimi sono stati "deportati" non da forze esterne ma da impulsi interiori, tanto “prodi” quanto euroschiavi e “britannici” (3)!
NOTE
(2) vedi la voce “hem” in Christian Jacq, “Il segreto dei geroglifici”, Ed Piemme, Casale Monferrato (AL), 1995, pag. 265.
(3) Su Prodi, sul royal yacht “Britannia” e su Elisabetta II, vedi: http://www.disinformazione.it/godfather.htm
postato da: antigattopardo alle ore 16:26 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 15 settembre 2006
Fra le mie avventure di navigazione internet di tipo birichino, ve ne è una particolarmente “truffaldina” e comica. E la voglio raccontare come sintomo di crescente imbecillità della gente. La forza più “katastrojka” del mondo risiede infatti maggiormente nell’imbecillità del cittadino che nella furbizia del banchiere, il quale ovviamente non fa che strumentalizzarla.
La stupidità è infatti “la più grande forza distruttiva nella storia del genere umano” scrive il filosofo Giancarlo Livraghi, dimostrando in un suo libro come essa sia in crescita costante in tutto il pianeta (1).
Dunque avvenne che un giorno, precisamente il 13 maggio 2004 alle ore 13:07:51, scrissi ad un sedicente forum filosofico internet quanto segue “Fin dalla nascita le grandi banche, agghindate di denominazioni nazionali, non sono state che società di speculatori che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l'accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto per cento, contemporaneamente era autorizzata dal Parlamento a battere moneta con lo stesso capitale tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d'Inghilterra stessa, diventasse la moneta con la quale la banca stessa faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per averne in restituzione di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua verso la nazione, fino all'ultimo centesimo che aveva dato”.
Immediatamente mi rispose con parole di fuoco un sedicente esperto dell'opera di Marx, dicendo che si trattava della solita “plutocrazia” di stampo mussoliniano, e che ciò non c’entrava nulla con Marx, che era l’argomento che si stava trattando, appunto, nel forum.
Ma cos’era successo in realtà? Era successo che costui era caduto nella trappola che avevo teso alla sua “debolezza di pensiero marxista”, dato che non si era minimamente accorto che le parole da me scritte e “postate” nel forum, ed alle quali egli si era opposto con tanta veemenza, non erano mie, ma di Marx stesso!

Infatti le avevo riportate “copiaincollandole” esattamente da “Il Capitale” di Marx (2)!
Questo fatto mi ispirò poi la creazione di un neologismo oggi usato in internet. Si tratta del termine “mentecattocomunismo” con cui indico, appunto, che il preoccupante problema studiato in modo specifico dal Livraghi non è da sottovalutare. Il mentecattocomunismo è infatti un problema troppo serio per poter essere meramente comico. Anche se conoscerlo e capirlo può essere stimolante e divertente.
Karl Marx dunque capì, ma i comunisti fan finta di nulla, mentre i “mentecattocomunisti” non possono neanche più capire, accecati come sono dall’odio verso “cattolicità” differenti da quella di Bankitalia!

Marx si era accorto del tremendo e subdolo sistema di sfruttamento, di espropriazione, e di alienazione del valore del lavoro, costruito dai banchieri attraverso l’appropriazione del signoraggio, e della sovranità monetaria. E difatti scrive: “Il fatto che un risparmio nazionale si presenti come profitto privato, non scandalizza per niente l’economia borghese, poiché il profitto in genere è comunque appropriazione di lavoro nazionale. C’è forse qualche cosa di più pazzesco dell’esempio offertoci dalla Banca d’Inghilterra per il periodo 1797-1817? Mentre le sue banconote hanno credito unicamente per il fatto di essere garantite dallo Stato, essa si fa pagare dallo Stato, e quindi dal pubblico, nella forma di interessi sui prestiti, per il potere che lo Stato le conferisce di convertire questi stessi biglietti di carta in denaro e darli poi in prestito allo Stato” (3).
Oggi i “compagni”, i comunisti di lusso che siedono in parlamento, nelle università, nelle fondazioni bancarie (a ventimila euro al mese ufficiali) non lo hanno voluto capire; e quelli che lo hanno capito non lo hanno mai voluto insegnare agli “oppressi”, come lo stesso Marx ha scritto.

Oggi, le parti sociali “non hanno ancora compreso che la riduzione del potere d’acquisto dei salari non è imputabile ai datori di lavoro o ai governi, ma alle banche centrali, perché solo esse hanno il potere di determinare arbitrariamente spinte inflazionistiche o deflazionistiche, costringendo gli imprenditori o a cessare le attività produttive o ad accettare la flessibilità, adeguando costi e prezzi alle oscillazioni dei valori monetari che guidano la stessa globalizzazione dei mercati” (4).
Partiti, governi, sindacati, ed intellettuali sinistri, in Italia (ma anche in molti altri paesi) collaborano col potere bancario, che li sovvenziona, per proteggere questo sistema e tenere le classi più deboli, i lavoratori dipendenti, i disoccupati, sottoccupati, precari, ecc., nella convinzione che il loro sfruttatore, il loro antagonista e controinteressato politico-economico, il loro avversario di classe, sia l’imprenditore, o l’autore, vale a dire colui che è ancora capace di idea creativa.
Ma non è così. Il loro vero “nemico di classe” è la scimmietta interiore che non vede, non sente, e non parla del padrone della zecca, del sistema bancario sovranazionale, che sempre più toglie, senza dare alcunché - un sistema di cui sono fiduciari ed esponenti, tanto i leaders di sinistra quanto quelli di destra, in cui essi religiosamente credono. Un sistema bancario piglia tutto, che ha usato i soldi dei suoi profitti per costruirsi, nei decenni, una perfetta facciata partitica di solidarismo, di socialismo, di comunismo e di nazionalismo per camuffare il proprio business.

NOTE

(1) Giancarlo Livraghi, “Il potere della stupidità”, Ed. MA (il libro è pubblicato integralmente alla pagina: http://www.gandalf.it/stupid/libro.htm).
(2) K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818.
(3) Ibid. pag. 635.
(4) M. Pamio, in
www.disinformazione.it

postato da: antigattopardo alle ore 16:51 | Permalink | commenti
categoria:business, banche, inghilterra, marx, mentecattocomunismo
venerdì, 15 settembre 2006
"Annullare le contraddizioni è la strada più dritta per l'inferno", afferma Massimo Cacciari... E questo è considerato uno dei filosofi più intelligenti d'Italia!!! Sum mis mèl abòta (1).
Credo che per rinsavire, questi pensatori della mutua, debbano aspettare il 2013. Perché? Perché il 2013 c'è e non c'è, esattamente come la loro doppia verità (2).
NOTE
(1) Dialetto arquatese, che significa: Siamo messi molto male.
(2) Non siamo ancora nel 2013, ma di fatto ci siamo già. Nessuno lo sa? Oppure fai finta di niente. Se è vero, come è vero (dai calcoli scientifici del calendario, astronomia, correzioni di Bessel, ecc.) che l’anno 0 reale corrisponde attualmente (data odierna 13 settembre 2006) a 7 anni prima di 2006 anni fa, non dovrebbe forse ciò significare che saremmo già nel 2013, e non nel 2006. Cosa fa 2006 + 7? Fa 2006? Oppure fa 2013? Questo solo per dirti, o figlio di nobile famiglia, che l’uomo dialettico è sostanzialmente un uomo oscurato. Infatti se pensi che oggi, dopo più di due mila anni, le genti vanno ancora alla messa domenicale a prendere l’ostione cacciando fuori il “linguone” come cani fedeli, e chiamano “santo padre” un vescovo, dopo che Gesù ha predicato di non chiamare nessuno “padre”, secondo me questo la dice lunga quanto ad oscuramento...
Il popolo in sé è bue.
Non lo dico con disprezzo, ma con la consapevolezza delle antiche culture solari. Per esempio: il mondo stesso era considerato bue (la parola esatta era “alef”, che come lettera corrispondeva alla A, la quale anche in italiano esprime, se la capovolgi, una testa bovina, appunto). Il “bove mondo” doveva infatti essere pungolato affinché si muovesse (la parola per pungolo era “lamed”). Ora se venne il Cristo (intendimi: non parlo del Cristo in senso confessionale e/o religioso, ma nel senso dell’unica verità percepibile da tutti come assoluta, e cioè come incarnazione dell’io nell’umanità, vergine in quanto quell’evento cosmico solo allora poté avvenire, per via di precessione equinoziale) a pungolare il mondo e a dire sostanzialmente alle genti di finirla coi templi e coi piagnistei lamentosi, dato che il vero tempio era ed è il corpo umano, capace di regno divino, come mai queste genti continuano ad andare nei templi, sia nelle chiese che nelle sedi dei partiti, a sentir conferenze sulla luce del mondo? Anche questo dovrebbe risponderti, anzi risponderci, perché io non voglio assolutamente insegnare alcunché. Semplicemente dico che Stato, chiesa, partito, e gruppi vari, sono un po’ come la mamma: sotto le sue ali ti puoi sempre rifugiare, in cambio della tua succubanza a Cesare, Divino Augusto o Pontefice Massimo (che sempre Faraone è)!
Questo significa che la libertà fa paura.
Ma per onestà, va anche detto che vi sono state anche proposte di riforma di questo disastroso sistema finanziario e monetario (proposte di riforme monetarie elaborate da validi economisti di tutto il mondo), per esempio quelle di Lincoln, Garfield e Kennedy, tanto per citare i più famosi, non per nulla morti assassinati! E ti credo allora che poi c’è da aver paura a dire la verità che fa liberi…
Dunque non facciamo ridere. La paura del popolo è atavica e giusta.
Oltretutto risulta difficile pensare che possa essere possibile una cosa così infame come l'attuale sistema di emissione monetaria. Infatti si fa fatica a crederci.
Dunque il popolo è bue. Ma in fondo è buono. La gente è buona. Ecco perché non può credere vera una cosa così grossa (che in effetti dura dai tempi dei faraoni). Queste cose si diffondono in maniera quasi clandestina perché mancano i diffusori responsabili, cioè in grado di dari responsi esatti in merito a queste cose.
Dove ci siamo persi? Cosa ci è scappato di mano? Credo che ci siamo persi nell’io. Ed è proprio il nostro io che ci sta sfuggendo di mano, dato che alziamo le mani contro i nostri simili per insegnare loro la democrazia, e pretendiamo di essere chiamati eroi se ci assoldiamo per pane.
postato da: antigattopardo alle ore 17:01 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, 17 settembre 2006
Caro navigatore,
il seguente scritto risponde alla ipotetica richiesta di un consigliere comunale. Oggetto della richiesta: breve formulazione di proposta politico-economico-alternativa da fornire al Comune come ordine del giorno da discutere.
Interpellando vari conoscenti avvocati e studiosi è stato così creato il seguente scritto schematico, in circa due mesi, dato che è stato necessario modificarlo più volte, ogni volta mettendosi nei panni burocratici di coloro a cui esso è diretto (componenti della giunta comunale).
E poiché l’autore di questo lavoro è caratterizzato da una biografia di libertà, testimoniata da tutte le sue opere, dedica anche questo breve scritto a tutti coloro che in libertà amano se stessi ed il proprio paese, e soprattutto a te come amante della filosofia, sperando che tu faccia della filosofia e del diritto che questo scritto comporta, l’uso migliore.
 
[Nome dell’autore] a [Nome del consigliere]
.
Oggetto: monetizzazione mercatoria locale
.
UNA MONETA COMPLEMENTARE
PER RILANCIARE L'ECONOMIA LOCALE
 
PREMESSA
Premessa necessaria a questo scritto è che esso deve essere inteso solo come sintetico accenno di proposta (sulle istanze necessarie a creare moneta complementare), non come spiegazione esaustiva di come bisogna operare per risolvere il problema economico, in quanto: per chi conosce già la questione monetaria (o il signoraggio, o le esperienze storiche di moneta alternativa, ecc.) la lettura della spiegazione della problematica in una "paginetta" come questa non può che risultare inutile. D’altra parte, per chi non la conosce, l’estrema semplicità di questo scritto potrebbe servire solo a far confusione.
 
IL PROBLEMA
Nella situazione di crisi internazionale che costringe lo Stato a tagliare i fondi agli enti locali, questi non sono in grado di garantire i servizi se non trovano altre risorse finanziarie. Non è possibile utilizzare gli strumenti finanziari ordinari, in quanto essi creano ulteriore debito per gli enti locali, né rivolgersi ad istituti bancari, perché anch’essi sono in una situazione di tensione per le difficoltà finanziarie internazionali.
La moneta complementare locale, senza riserva aurea, è il rimedio per risolvere questo problema, in quanto si tratta di moneta emessa senza contrarre debito pubblico (come invece avviene con l'euro, il dollaro, e come avveniva per la lira, ecc.) ma vincolata ad investimenti produttivi reali.
Questo rimedio è stato ed è adottato con successo nel Nord America, in Germania, in Giappone, e in moltissimi altri luoghi.
La moneta che invece usiamo comunemente oggi è caratterizzata proprio dal fatto che non è più pagabile in oro al portatore (“pagabile a vista al portatore”), e non è neanche più garantita dalla banca che la emette: il suo valore infatti dipende unicamente dalla forza dell'economia, e dalla fiducia che ha la gente in questa moneta.
Non c'è quindi ragione di pagarla a banche centrali di emissione, proprietà di privati, come la banca d'Italia e/o la BCE, le quali ingrassano a spese dei lavoratori senza altro dare che il servizio di stampa delle banconote, facendolo oltretutto pagare secondo il valore nominale, invece che secondo il mero valore tipografico, che è quello che realmente ha all’atto dell’emissione!
Perciò orientarsi ad emettere una moneta locale per finanziare attività locali e sgravare così di imposte i cittadini, è la cosa migliore che può fare un Comune.
La moneta complementare consente infatti enormi risparmi di spesa pubblica, maggiori investimenti, migliori servizi, e non costa nulla (giusto il prezzo di tipografia).
 
COME FARE
È innanzitutto necessario costituire un consorzio di imprese disposte ad accettare la moneta alternativa.
Per fare ciò ci vuole la fiducia.
Senza fiducia fra i promotori della moneta complementare e le imprese, che devono adottarla, non si può fare niente.
Lo scoglio più difficile da superare è quello di cominciare a parlare alle persone di moneta. E non è semplice, in quanto la gente in genere si spaventa, dato che educazione e cultura dominanti non fanno che promuovere la schiavitù a dipendere economicamente da un sistema finanziario in realtà contro il cittadino, contro la sua capacità creativa, produttiva, ed imprenditoriale.
Invece le imprese, rendendosi conto che è proprio la mancanza di mezzi liquidi a creare difficoltà, dovrebbero, soprattutto quelle più esposte alla crisi, capire che avrebbero interesse alla monetizzazione mercatoria locale, in quanto permetterebbe loro di non più indebitarsi.
Ciò che occorre è dunque solo una buona organizzazione (ovviamente nella misura di una volonterosa pianificazione delle specificità locali), ed un software didattico (1).
 
A COSA SERVE IL SOFTWARE?
Per realizzare questo progetto, occorre fare tutto elettronicamente, perché l’elemento cartaceo è un sistema obsoleto, che oltretutto si presterebbe più facilmente ad essere bloccato dal vecchio sistema. Ecco perché occorre innanzitutto informatizzare le imprese consorziabili, creando un nuovo sistema di condivisione delle informazioni e dei dati, attraverso la possibilità di sempre nuovi esperimenti in tal senso. Solo quando le imprese siano ben inserite in questo circuito, si può parlare del concetto di compenso che gli scambi comportano, esattamente come si può parlare di baratto.
A questo proposito si sta terminando di costruire un software-piattaforma per la condivisione di documenti, finalizzato all’incominciare ad associare un gran numero di imprese, informatizzarle e mettendole in contatto tra loro, in modo che una volta che il sistema sia stato automatizzato tutto sia più spontaneo.
Ciò che conta è dunque inizialmente la costituzione di un certo numero di imprese organizzate e disposte ad aprirsi all’idea del nuovo.
 
DESCRIZIONE DI UN POSITIVO ESPERIMENTO
DI MONETA ALTERNATIVA NELLA STORIA
.
L’esperimento di Guernsey può essere detto un esperimento locale di monetizzazione senza debito.
Questo esperimento si fece su un'isola della Manica, Guernsey, finanziariamente autonoma, la quale, sebbene dotata di apprezzabili risorse naturali e potenzialmente ricca, dopo le guerre napoleoniche e a seguito dei lunghi blocchi commerciali, si ritrovò economicamente depressa, con alta disoccupazione ed emigrazione, un grande debito pubblico, interessi passivi da pagare su tale debito, contro un reddito pubblico di gran lunga inferiore. A fronte di ciò, occorrevano molti soldi per ricostruire il Paese. Contrarre ulteriori prestiti non era possibile, poiché mancavano le garanzie e i mezzi per pagare gli interessi. Allora il comitato finanziario del piccolo parlamento isolano ebbe l'idea di monetizzare le risorse economiche latenti dell'isola attribuendo un valore alle risorse che andava a creare, mediante l'emissione di moneta locale senza debito e senza copertura aurea.
Ne conseguì un grande successo, e in questo modo, cioè senza aumentare il proprio debito e senza stimolare inflazione, Guernsey si avvalse e si avvale ancora oggi di tale moneta, costituisce per tutti un esempio da osservare, studiare, e imitare.
Ciò dimostra che la creazione di denaro è qualcosa che lo Stato o un altro ente pubblico può attuare benissimo. La convinzione contraria, secondo cui solo le banche e soprattutto le banche centrali, possono creare denaro, è stata impiantata e sostenuta per secoli, ribadita nei testi e nelle scuole di economia, e gabellata alla gente dai mass media, senza mai consentire l'affiorare e il divulgarsi delle opinioni critiche su questo punto, e di esempi che smentissero la dottrina ufficiale.
Eppure i fatti sono sotto gli occhi di tutti, basta guardare a essi senza preconcetti e paraocchi o lenti prismatiche: nuovo denaro, sotto forma di nuovo credito, di titoli finanziari, viene creato regolarmente sulla base di una previsione di profitto.
Così, quando viene lanciata in borsa una nuova grande corporation, e le sue azioni vengono emesse per somme enormi, e comperate dai risparmiatori con la conseguente creazione di una pari mole di denaro-credito, dietro questa creazione di denaro vi è solo il potenziale di profitto di quella società (vale a dire: i suoi dirigenti, i suoi dipendenti, il suo know how (insieme delle conoscenze tecniche e manageriali che consentono ad una impresa di competere in un determinato settore), il suo avviamento, e le sue dotazioni strumentali e giuridiche).
E quando viene fatta un'asta dei titoli del debito pubblico, che vengono comperati per miliardi di euro da persone e banche, a garantirne il valore di tali titoli non è altro che la forza produttiva della nazione, la stessa che costituisce la copertura dei titoli del debito pubblico che lo Stato scambia col denaro emesso, a costo zero, dalla banca centrale.
Lo Stato dispone dunque di questa stessa copertura, cioè di tutto il valore di beni, servizi e potenzialità produttive della nazione, a copertura della propria emissione di titoli del debito pubblico, per emettere denaro in proprio, anziché comprarlo dalla banca centrale.
Dunque, se volesse davvero risolvere il problema del disavanzo del bilancio, lo Stato potrebbe farlo anche domani, emettendo esso stesso il denaro.
La differenza sarebbe che quel denaro non gli costerebbe alcunché, mentre oggi gli costa il valore nominale stesso più gli interessi e le spese (come se il museo civico di [NOME DEL PAESE] pagasse alla tipografia che gli stampa i biglietti non il costo tipografico più un ragionevole utile, ma un prezzo pari al prezzo di ingresso al museo stampato sul biglietto (e lo pagasse oltretutto addebitandolo ai visitatori, i quali dunque pagherebbero 2 volte il prezzo di ingresso).
La differenza sarebbe dunque che i proprietari della BCE e della banca d'Italia non realizzerebbero più questo iniquo gigantesco profitto. Con ciò ci sarebbero subito i fondi per la ripresa economica, il taglio delle tasse, e la fine assoluta di ogni inflazione, deflazione, e stagflazione.
Credere che lo Stato non possa disporre in proprio del denaro necessario per soddisfare la domanda di credito e per finanziare le opere infrastrutturali e gli investimenti produttivi è un’imbecillità che più grande non si può, perché equivale a dire che un’impresa stradale non possa costruire la strada per mancanza di chilometri! Eppure quest’idiozia è un mito: il mito dell’uomo schiavo. Esso fa ovviamente comodo all'establishment bancario. Dunque la copertura per l'emissione monetaria c'è: proprio nella misura in cui ci sono beni, produzione, e soprattutto le capacità interiori di aumentare la produzione.
Che uno Stato ricorra a prestiti o a sconti bancari è assurdo, così come è assurdo che lo Stato lasci non sfruttate capacità produttive competitive per un'asserita mancanza di fondi in bilancio, così come è assurdo che lo Stato introduca nuove tasse allo scopo di racimolare tali fondi, e così come è altrettanto assurda la convinzione, anzi la menzogna, che in Italia manchino i soldi per tagliare l'Irap onde rilanciare la produzione.
È infatti antilogico che al cittadino manchino, a causa di salassi fiscali e disoccupazione, i soldi per comprare i beni e i servizi che l'apparato produttivo offre copiosamente e a costi ragionevoli grazie ai progressi tecnologici, e che perciò merci, case, auto, ecc., restino invendute, con le fabbriche che chiudono e licenziano, mentre la gente vorrebbe comprarle, e lavorare.
Siamo infatti in una congiuntura deflativa, creduta in modo acefalo inflativa. Le spinte inflative vengono da speculazioni monopoliste e/o oligopoliste, soprattutto da parte di banche e società privatizzate, dall'accresciuta pressione fiscale, dall’accresciuto costo del denaro e dei servizi soprattutto mono/oligopolistici come quelli bancari energetici, ed autostradali.
Scellerata e proditoria è inoltre la svendita a capitale privato, spesso straniero o sovranazionale, di importanti assets pubblici, come le aziende e le banche pubbliche, col pretesto di far cassa per ridurre il disavanzo di bilancio.
La valuta complementare per rilanciare l'economia locale è pertanto l’unica via alternativa possibile. Infatti, attraverso una valuta emessa dallo Stato il timore legato all’inflazione sarebbe eliminato alla radice, dato che tale valuta escluderebbe il debito pubblico. Però se lo Stato non elimina questa paura, è il cittadino che deve pensarci.
Questa situazione terroristica è creata volutamente dai banchieri centrali attraverso gli Stati da loro dominati al fine di perpetuare il loro potere. Trattato di Maastricht, euro, e BCE, sono gli strumenti di questa manovra, mentre il debito pubblico aumenta ogni anno di 3 o 4 punti percentuali, risultando matematicamente inestinguibile in tutti i maggiori Paesi, i quali vengono in definitiva assorbiti interamente dai crediti, che il sistema bancario relativamente costruito in proprio favore, sotto la pretesa intenzione di combattere inflazione e debito pubblico attraverso l’imposizione di politiche falsamente deflazionistiche, che hanno il solo effetto di aumento dei prezzi e di riduzione della capacità produttiva.
Sotto questa pretesa intenzione sono state condotte analoghe campagne in diversi Paesi e diversi momenti storici. È, ad es., il caso del governo Thatcher negli anni 1979 e seguenti: dichiarando falsamente di voler combattere l'inflazione, tale governo prese una serie di misure altamente inflative dei prezzi, aumentando fortemente il tasso primario di sconto, la tassazione sui carburanti, e alzando l’IVA dall'8% al 15%. Per conseguenza, crebbe ovviamente il costo della vita. Il tasso d’inflazione balzò dal 10% del maggio 1979 al 20% nel 1980, per scendere a una sola cifra nel 1982. E si parla qui solo d’inflazione, nel senso della velocità di aumento dei prezzi, non del livello assoluto dei prezzi, il quale non scese mai ed, anzi, seguitò ad ascendere. E questo con un governo che dichiarava che faceva di tutto - scelte molto dolorose per lavoratori, risparmiatori, consumatori, malati, anziani - per ridurre l’inflazione.
.
(1) Per il software, contattare [NOME e RECAPITO]
domenica, 17 settembre 2006

L'Ingranaggio Signoraggio

di Paola X

Quando scoprimmo l'inghippo

segnali di fumo
sui territori devastati dall'usura
come fuochi di fucina
per gli arnesi della Libertà

Quando scoprimmo l'inganno

cordate di mani
nelle strade devastate dal profitto
come i cerchi dei Nativi
per amplificare la Verità

Quando scoprimmo l'ingordo

che tutto fagocita
nel ventre putrido dell'avidità
uscimmo dall'illusione monetaria
tintinnando nelle tasche
sogni di sorrisi e le chiavi dell'ingranaggio..

da: http://sovranitamonetaria.org/poesie_e_canzoni/l'ingranaggio_signoraggio.html

postato da: antigattopardo alle ore 18:19 | Permalink | commenti
categoria:poesie
venerdì, 22 settembre 2006

ANTICHI ERRORI DI AVICENNA E DI AVERROÈ E CONSEGUENZE

ovvero

L’ERRORE FONDAMENTALE DEL KANTISMO COME CONSEGUENZA DI ANTICHI ERRORI DI AVICENNA E DI AVERROÈ, E COME PREMESSA DELLA CATASTROFE ECONOMICA GLOBALE

Molti studiosi considerano la filosofia come qualcosa di assoluto, non come una scienza che, nel corso dell’evoluzione umana, ha potuto nascere e svilupparsi da certe premesse. Eppure tutti incominciano da Talete e da lui proseguono fino ad oggi. Però passa inosservato che da Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Socrate e lo stesso Platone, tutto questo periodo è ancora influenzato, fino a Pitagora, dalle conoscenze dei misteri: più che filosofi, questi sono dei chiaroveggenti, che esprimono in forma filosofica quel che apprendono in quanto chiaroveggenti. Così fa Platone.

Ma la caratteristica essenziale del filosofo diviene percepibile per la prima volta  in Aristotele che, lavorando sulla base di una tecnica puramente concettuale, sa decidere in base ad essa se ogni altra fonte possa essere a lui accessibile o essere da lui respinta.

Poiché questo atteggiamento interiore si presenta per la prima volta in Aristotele non è senza una ragione storico-universale che egli sia stato il fondatore della logica, la scienza della tecnica del pensiero.

Aristotele fondò la tecnica in modo così eminente da far dire a Kant, con ragione, che in realtà da Aristotele in poi la logica non era progredita nemmeno di una proposizione (pochi si sono opposti all’opinione di Kanta). Ed è essenzialmente così anche oggi, dato che le fondamentali dottrine logiche e tecniche del pensiero sono rimaste pressoché invariate rispetto a quelle date da Aristotele.

Non solo lo studio dell’opera aristotelica, ma ancor di più l’orientamento della sua tecnica di pensiero divenne regola per il periodo centrale del Medio Evo, vale a dire per quel periodo in cui la Scolastica era nel suo splendore, e che ebbe termine con Tommaso nel XIII secolo.

Chi sa trattare di questo primo periodo in modo libero da ogni fede cieca nell’autorità e/o nel dogma, si accorge che le più alte sfere curiali attuali, quando si richiamano al tomismo, lo fanno da caproni (spiegherò più avanti perché uso questo termine) (oggi infatti parlare di queste oggettivamente è più difficile che parlarne sfavorevolmente: infatti parlando male della Scolastica non si corre il rischio di essere stigmatizzati dai cosiddetti liberi pensatori; se invece se ne parla obiettivamente, c’è molta probabilità di essere fraintesi).

 

Karl Vossler, noto filosofo e dantista, divulgatore mondiale delle opere di Croce, avverte che, senza un antefatto spirituale situato nella preesistenza, i concetti tomistici di “commensuratio” e di “materia signata” sarebbero privi di motivazione, dato che, testimoniando la realtà della preesistenza, Tommaso parla infatti di adattamento, corrispondenza, e di accordo, cioè di “commensuratio” nei confronti della sostanza corporea o “materia signata”. In questi due concetti vi è il profondo significato che lo spirito non si precipita ciecamente ed avventatamente nella materia, bensì che va preparandosi la catena evolutiva di organismi nella quale conta poi di manifestarsi. Da questo alto punto di vista tomistico, l’inizio di una vita umana non è un mero processo biologico, ma l’esordio di un’INCARNAZIONE. Herbert Hann, filosofo e poeta, spiega a questo proposito: “[L’inizio della vita] è un prendere commiato dai mondi sublimi per abbracciare il mondo terreno con organi giovanili” (1).

Sarebbe un grave errore negare in modo unilaterale o intollerante la correlazione fra “commensuratio” e “materia signata”. Eppure la filosofia cattolica fa questo errore da caproni e, fino a prova contraria, di fatto la nega. Perché?

Il motivo di tale fatto risale al tempo in cui la Scolastica dei primi tempi poggiava tecnicamente su Aristotele.

 

Avvenne che la dialettica di Aristotele penetrò nell’anima occidentale mediante l’insegnamento di Avicenna e di Averroè, secondo un’alterazione della dottrina dell’anima aristotelica. Detto con altre parole: la dialettica di Aristotele fu usata come forma di un contenuto appartenente all’anima islamica.

I quei primi tempi la Scolastica non è quello che viene studiata oggi con questa o quella definizione o frase fatta circa il dualismo. Al contrario, essa è monismo, cioè dottrina dell’unità, che non è neanche lontana parente della natura dualistica, come è invece inteso oggi da molti docenti di storia della filosofia.

 

LA SCOLASTICA PRIMIGENIA ERA MONISMO

Per la Scolastica, la causa prima del mondo è assolutamente unitaria; solo che per il riconoscimento di questa causa prima del mondo, lo scolastico ha un approccio del tipo in cui si afferma: esiste un certo patrimonio di verità soprasensibili (2) che fu inizialmente rivelato all’umanità; ma il  pensiero umano, con tutta la sua tecnica, non arriva a penetrare da sé nelle regioni essenzialmente compenetrate della suprema sapienza rivelata. Per cui, per lo scolastico del primo periodo, esiste un certo patrimonio di sapienza, che non è completamente accessibile alla tecnica del pensiero, ma che lo è fino al punto in cui il pensiero è in grado di spiegare ciò che è stato rivelato.

Era dunque compito dei pensatori scolastici accogliere questa parte del patrimonio di sapienza come rivelazione, applicando la tecnica del pensiero soltanto per interpretarla.

In tal modo, i contenuti delle loro indagini, e quelli della rivelazione, si congiungevano, e formavano una concezione del mondo oggettivamente unitaria, monistica.

 

Che in ciò si inserisca una specie di dualismo, come conseguenza della particolare natura dell’uomo, è solo un fatto secondario: si tratta di un dualismo della conoscenza, non di un dualismo inerente alla struttura del mondo.

Lo scolastico dichiara dunque che la tecnica del pensiero è capace di elaborare razionalmente quanto avviene quanto viene acquisito nelle scienze empiriche mediante l’osservazione dei sensi, e che inoltre è capace di salire, per un tratto, fino alla verità spirituale, dopo di che, con modestia, riconosce come rivelazione un altro tratto della sapienza che, da sé, egli non mpuò scoprire ma soltanto ricevere.

 

L’EQUIVOCO ARABO-ARISTOTELICO

La speciale tecnica del pensiero, applicata in tal modo dallo scolastico, era appunto cresciuta esclusivamente nel terreno della logica aristotelica. La Scolastica del primo periodo, conclusosi intorno al XIII secolo, aveva due ragioni per occuparsi di Aristotele:

1ª) l’evoluzione storica (dato che l’aristotelismo era ormai penetrato nella cultura dell’epoca);

2ª) e l’aristotelismo arabico (sorto a poco a poco come avversario delle dottrine cristiane tradizionali).

Aristotele infatti non si era diffuso solo in Occidente, ma anche in Oriente. E tutto ciò che della tecnica del pensiero era stato portato in Europa dagli arabi attraverso la Spagna, era permeato anch’esso di aristotelismo, tanto che il pensiero aristotelico appariva ora l’avversario, cioè il nemico del cristianesimo. Infatti, se l’interpretazione di Aristotele importata dagli arabi era valida, l’aristotelismo risultava base scientifica atta a confutare il cristianesimo. E ovviamente, di fronte a ciò gli scolastici si opposero. Pur attenendosi alle verità del cristianesimo, gli scolastici dovevano pur ammettere che secondo tutte le tradizioni la logica, la tecnica di pensiero aristotelica, era quella giusta e vera. Da questo contrasto nacque per gli scolastici il compito di dimostrare che l’aristotelismo era, sì, lo strumento per comprendere veramente il cristianesimo, ma che nonostante ciò esso doveva essere trattato in modo da mettere in evidenza l’interpretazione erronea portata dagli arabi. L’aristotelismo doveva essere compreso in modo giusto: questo fu il compito della Scolastica e specialmente di Tommaso.

 

SCOLASTICA, THE DAY AFTER

Passata l’epoca d’oro della Scolastica, in tutto lo sviluppo logico-filosofico del pensiero si produsse una profonda frattura. L’evoluzione naturale avrebbe richiesto che la tecnica del pensiero si fosse andata via via sempre più estendendo, e che col pensiero si fossero afferrate parti sempre più elevate del mondo soprasensibile. Invece il pensiero basilare di Tommaso fu ostacolato nella sua portata, e continuò a vivere nella convinzione che le somme verità spirituali si sottraggano totalmente all’attività del pensiero puramente umano, cioè all’elaborazione concettuale a cui l’uomo può giungere per forza propria. La conoscenza soprasensibile fu presentata come quella che si sottrae assolutamente ad ogni lavoro del pensiero umano, e che non può essere raggiunta da atti di conoscenza oggettiva, e che pertanto deve scaturire esclusivamente dalla fede. E sempre di più si creò separazione fra fede (raggiungibile mediante convinzione soggettiva del sentimento) e quel che si poteva elaborare come fondamento di un giudizio sicuro mediante attività logica.

Spalancandosi questo abisso, va da sé che scienza e fede si allontanassero sempre più l’una dall’altra. E pian piano si creò una situazione storica tale, che l’avere a che fare con gli aristotelici divenne un disagio, dato che per la conoscenza al tempo di Keplero e di Galileo, l’aristotelismo mal compreso era diventato una vera piaga.

 

CONSEGUENZE DELLA FRATTURA SCIENZA-FEDE

Alla fine del Medio Evo succedeva pertanto che anziché osservare la natura, apparisse molto più comodo prendere gli antichi libri di Aristotele e metterli a base di ogni conferenza accademica. Si racconta addirittura che un aristotelico ortodosso, inviato ad osservare un cadavere per persuadersi che i nervi non partono dal cuore, come egli aveva erroneamente creduto di leggere in Aristotele, ma che il sistema nervoso ha il suo centro nel cervello, rispose: “L’osservazione mi dimostra che la cosa sta veramente così, ma nei libri di Aristotele sta scritto il contrario, ed io credo ad Aristotele”. Così gli aristotelici erano effettivamente diventati una calamità. Ecco perché la scienza empirica dovette farla finita con questo falso aristotelismo da caproni, e richiamarsi all’esperienza pura (un impulso particolarmente energico fu dato a questa tendenza da Galilei).

 

L’altra tendenza “anti-aristotelica” sviluppò un’altra questione: nei pecoroni (spiegherò più avanti perché uso questo termine) che volevano proteggere la fede dagli “assalti” del pensiero oramai poggiante su se stesso, nacque un’avversione contro la tecnica del pensiero, che essi ritennero impotente rispetto alla sapienza rivelata. Se dunque i primi, cioè i caproni, avevano, come scienziati del metodo sperimentale, il loro fondamento nel libro di Aristotele, questi, cioè i pecoroni, si richiamavano, pur fraintendendolo completamente, al libro della Bibbia. Per esempio: per Lutero, Aristotele non era altro che un cieco e idolatra maestro di ogni errore, un ipocrita, un sicofante, e addirittura un becco puzzolente! Parole dure, ma dal punto di vista del tempo odierno, sono comprensibili, dato che si aprì, appunto, un profondo e patologico baratro, non ancora sanato nella cultura odierna, tra l’intelletto e la sua tecnica di pensiero da un lato, e la verità soprasensibile dall’altro.

 

L’IMPRIGIONAMENTO DEL SECOLO XIX

Questa frattura trovò poi un’ultima espressione in Kant, filosofo sotto il cui influsso, la cultura del secolo 19° si impigliò in una rete da cui nel 2006 non è ancora uscita, dato che i politici politicanti del 2006 sono ancora attaccati ai dettami di Avicenna e di Averroè (3).

Kant rappresenta l’ultimo terminale della frattura avvenuta nel Medio Evo, e separa nettamente la fede da quanto l’uomo può raggiungere con la conoscenza. Tale frattura si mostra, percepibile già esteriormente, nelle sue due critiche: “Critiche della ragione pura”, e “Critica della ragione pratica”. Nella “ragione pratica” Kant cerca di trovare un punto di appoggio (sia pure razionalistico) nella fede, dato che con la sua “ragione teorica”, Kant afferma in assoluto che questa stessa ragione è inetta a comprendere la realtà, la cosa in sé.  

A causa di questo fondamentale errore di Kant, si sviluppano poi pian piano serie  di mezze verità che si insediano e si radicano nelle stesse concezioni scientifiche: il mondo, come rappresentazione soggettiva, di Schopenaur, la concezione fondamentale teoretica della fisiologia: nervi doppi, la teoria dei colori e della luce di Newton,  e di Helmhotz, la “doppia onda” nel campo meteorologico, il “cuore pompa”, il dualismo “teoria-prassi”, ed altre insensatezze mai dimostrate, in quanto indimostrabili.

Nel corso del tempo, questo fondamentale errore di Kant è divenuto abitudine. E quest’abitudine di pensiero si è radicata così in profondità nella coscienza, che tutti i teorici della conoscenza, che si vantano di comprendere Kant, ritengono di cervello piccolo, chiunque non può ammettere che la loro definizione di rappresentazione e di natura soggettiva della cosa percepita sia esatta (in realtà la concezione dell’essenza soggettiva della rappresentazione è un’affermazione teorica, che in quanto tale non può stare in piedi. Infatti com’è possibile asserirla a priori se è teorica?).

 

Ricapitolando: dal germe dell’arabismo deriva sia il male tipico dell’umanità attuale, sia l’ateismo nelle sue diverse forme, religiose, filosofiche, psicologiche, sociologiche, epistemologiche. Deriva altresì il fatto, di cui il cittadino d’oggi è sempre più pesantemente costretto a prendere atto, che l’individuo è divenuto un ente astratto, componente di una “società” ritenuta invece concreta. Come per Avicenna e per Averroè l’io non era individualmente valido, così è stato per Marx. Come per Avicenna e per Averroè è reale l’ente cosmico originario, di contro alla contingenza dell’individuo, così per Marx è reale, di contro all’individuo, la società che lo contiene.

Questo spiega, fra l’altro, perché nonostante l’onesta denuncia fatta da Marx al sistema bancario della società di allora(4) tale sistema, nonostante l’espandersi degli scritti di Marx come cultura comunista su tutto il pianeta, sia rimasto esattamente ed assolutamente lo stesso di prima.

 

VERSO I TRE PRINCIPI DI ARISTOTELE

Chi oggi è capace di giusta comprensione di Aristotele, si rende conto che l’evoluzione rettilinea, o comunque non deviata, delle basi aristoteliche, conduce a possibilità ben diverse da quelle espresse dal principio teorico conoscitivo di Kant.  

Nel campo della teoria della conoscenza, Aristotele aveva già riconosciuto cose alle quali l’uomo attuale, a causa di tutti gli sviluppi del kantismo, arriva solo lentamente e gradualmente. Ma è davvero il caso di dire oggi: se ci arriva è bravo!

Materia e forma sono concetti che Aristotele sa distinguere nell’unico modo giusto possibile. Per Aristotele è ben chiaro che ciò che da’ l’essenziale alle cose è la forma. La forma, non la materia.

L’esempio del professor Vincenz Knauer (1828-1894), docente all’università di Vienna, è sempre valido. E qui incominciava la “mia” favola del lupo Pino: “un lupo che si sia nutrito per un certo periodo della sua vita esclusivamente di agnelli, dovrebbe a un certo punto essere costituito totalmente dalla materia degli agnelli, eppure non diventerà mai agnello”. Questo pensiero del prof. Knauer, se lo si segue giustamente, è infatti ancora valido per indicare la differenza tra materia e forma. È forse il lupo un lupo per via della materia? No, la sua entità è data dalla forma, e la “forma lupo” la troviamo non solo in quel lupo, ma in tutti i lupi. La forma la si trova nella misura in cui si formula un concetto esprimente un universale, in contrapposizione a quello che i cinque sensi ordinari afferrano di particolare nell’oggetto singolo. Infatti la “forma lupo” è presente “prima” di quel lupo, è presente “in” quel lupo, e sarà presente “dopo” quel lupo (ho messo fra virgolette le parole “prima”, “in”, e “dopo”, per accentuarne l’importanza).

Quando si cerca di penetrare, con gli scolastici, nell’essenzialità della forma, si perviene ad una triplice divisione dell’universale.

Gli scolastici distinguevano l’universale che vive nelle cose, e che si esprime nella conoscenza umana, come segue:

1°. Universalia ante rem: l'essenziale della forma, prima di vivere nelle cose singole;

2°. Universalia in re: le forme essenziali dentro le cose stesse;

3°. Universalia post rem: le forme essenziali, astratte dalle cose e sorgenti, nel processo conoscitivo, come esperienze dell’attività interiore umana, grazie alla reciproca relazione delle cose con tale attività.

Ora, in quanto l’uomo vive negli “universalia post rem”, egli ha certo qualcosa di soggettivo, ma ha pure un’esperienza di un fatto essenziale e straordinario: i concetti sorgenti nella sua interiore attività sono contemporaneamente anche rappresentazioni di ciò che ha sussistenza universale in quanto forme reali, o “entelechie” (da “en télei ékkein”, che significa in greco “essere pienamente attivi”), vale a dire di quegli “universalia in re” a loro volta fluiti nelle cose solo perché, già prima di esse, esistevano come “universalia ante rem”.

Attraverso la comprensione della straordinarietà di questo fatto è data all’essere umano la chiave - che non è un diploma o una laurea o un titolo cartaceo - per entrare nella realtà. Infatti tale chiave, che consiste in fondo nella possibilità umana di poter ancora meravigliarsi, e che non può essere conferita da alcuna scuole di Stato, consiste nell’accorgersi che tutti i concetti usati dall’uomo non sono solo soggettivi, ma anche forme universali reali, anticamente dette “entelechie”, cioè “universalia in re”, entrate a loro volta dentro le cose, in quanto esistenti già prima come “universalia ante rem”. In altre parole, l’essenzialità universale, esistente prima della sua realizzazione nei singoli oggetti, va pensata come un gradino puramente spirituale dell’esistenza!

È però ovvio che a coloro che riconoscono come realtà solo ciò che è accessibile ai cinque sensi della fisiologia ufficiale, gli “universalia ante rem” appaiano come il risultato di un’astratta elucubrazione di pensiero.

Ciò che invece è importante è avere appunto l’esperienza di interiore movimento (anima proviene appunto da tale concetto di moto, commozione, entusiasmo, ecc.) capace di generare una tale supposizione “ante rem”. La laurea di vero filosofo universitario si ha dunque attraverso una facoltà reale capace di non escludere a priori l’universalità del pensare umano. Tale facoltà consiste nell’entusiasmo di supporre l’“ante rem”, o almeno di non escludere a priori di poter supporre!

Ecco perché a questo punto della “favola” scrivevo: “Se sei riuscito a leggere fin qui, sappi che ti stai avvicinando al massimo potere che puoi raggiungere in te stesso”.

Ciò che infatti conta è quell’esperienza che nel concetto generico di “lupo” non nota soltanto una figurazione intellettuale che abbracci i diversi singoli lupi, ma vede (e qui sta l’inizio della veggenza della realtà) la realtà spirituale “lupo” che esiste “al di là” dei singoli esseri (questa realtà spirituale da’ poi la possibilità di cogliere la distinzione tra animale e uomo conformemente allo spirito: la specie “lupo” non viene a realizzazione nel singolo lupo, ma nel complesso dei singoli lupi. Invece nell’uomo vive individualmente l’elemento dell’interiore attività spirituale, che nell’animale si manifesta attraverso la specie o il genere nella somma degli individui. Aristotele direbbe: la forma dell’animale rimane nel soprasensibile, quella umana si estrinseca nel sensibile. L’aristotelismo consente dunque di parlare, per gli animali, di anime di gruppo, o anime di specie o di genere, e per gli uomini di anime individuali.

Le forme non sono dunque risultati di distinzione meramente concettuali, bensì risultati di una visione soprasensibile.

Per l’epoca attuale di mentecattocomunismo avanzato, è diventato sempre meno attraente per il filosofo la necessità di adattarsi a pensare in concetti netti, finemente cesellati, vale a dire in concetti che dobbiamo prima prepararci. Ecco perché nei miei scritti ho spesso insistito sull’urgenza dell’esperienza del concetto.

 

ESPERIMENTO DEL CONCETTO

La situazione ultima del materialismo dialettico è tipica e in qualche modo simbolica del mancato esperimento del concetto nell’attuale cultura, contrastata naturalmente da tante espressioni formalmente diverse, quante sono le rispettive sedi di partito, ma di contenuto identico, risultando tutte parimenti dal comune processo dialettico, e dalla devozionale fiducia nella razionalità e nell’infallibilità della scienza.

È stato inevitabile che il sostanziale materialismo della cultura si sia  progressivamente convertito sul piano economico in automazione totale del procedimento produttivo e nell’aggruppamento univoco e acefalo dei complessi economici secondo organizzazione meccanica non più mossa da idee, ma da metodologia, tecnologia, e psicotecnica, sostituenti in ogni settore l’elemento individuale della responsabilità e della creatività. Ecco perché il nostro Paese è sempre più povero a causa di un debito pubblico in continuo aumento, che comporta un’elevata pressione fiscale: in passato, le banche che emettevano denaro,lo garantivano con la copertura aurea, si impegnavano a convertire le banconote in oro,  sostenevano un costo di emissione. Oggi, monete e banconote non sono coperte da riserve in oro, non sono convertibili, ed il loro costo di emissione è praticamente zero, ma il guadagno di chi le emette (banche centrali), cioè il signoraggio, supera di quasi il 100% il valore nominale di ogni rispettivo esemplare.

Ciò è potuto (e continua ad) avvenire in quanto, attuando l’irresistibile tendenza a strutturarsi secondo potere statale, l’aggruppamento acefalo, ha rimpiazzato, tramite normazione giuridico-bancaria, l’assenza di virtù intuitiva organatrice per simultaneamente imporsi come signoria a cui non abbia a sottrarsi individuo libero. Con ciò l’ideale marxista può infatti fondersi, tramite la mediatrice dialettica post-marxista, con l’ideale borghese, dato che la fede tecnologica li accomuna.

La possibilità di operare secondo una realtà diveniente, ogni volta dinamicamente intuibile, passa per l’esperienza del concetto.  Senza questa esperienza, tale possibilità viene eliminata dalla necessità di produrre secondo schemi, riconducibili a metodologie basate su automatismo mentale, cioè su alterazione mentale, il cui fine inconsapevole è la soggezione totale dell’umanità al bisogno economico (in tal senso ho parlato precedentemente di “pecoroni” e di “caproni”, dato che la parola “pecunia”, proviene appunto dal latino “pecus”, il cui significato è “bestiame minuto”, cioè  sinonimo di denaro): essendo stato identificato l’ideale economico col significato stesso della vita, il potere è concentrato nell’organismo economico privato di vita, così che signoreggi come fatto economico uno spettro che ha soppresso l’economia, e che come fatto economico, sottometta a sé le attività umane.

Ecco dunque perché, senza l’esperimento del concetto, ogni tentativo umano di sconfiggere tale spettro, non fa che rafforzare lo spettro stesso, il cui potere è produrre panico per la mancanza di pane. In definitiva questo è il potere del dio caprone, detto Arimane da Manzoni, Mefistofele da Goethe, Belial da Paolo di Tarso, Satana dagli evangelisti, e Pan dai greci. Il panico che comporta per esempio la mancata risoluzione del problema del signoraggio bancario genererà ancora guerre e distruzione dell’uomo contro l’uomo finché l’uomo non avrà imparato fino in fondo a sperimentare il concetto.

Se in senso scolastico si parla della relazione del concetto con ciò che esso rappresenta, bisogna lavorare molto negli scritti scolastici, passando attraverso lunghe definizioni, e ciò per sapere che cosa si intende quando si dice che il concetto è fondato “formaliter” nel soggetto, e “fundamentaliter” nell'oggetto, e cioè: quello che il concetto ha come vera e propria sua forma proviene dal soggetto, quello che invece il concetto ha, come contenuto, proviene dall’oggetto.

Al tempo della Scolastica si doveva avere un’idea precisa circa i limiti di un concetto. Era stata effettivamente trovata una via per penetrare nelle profondità della tecnica concettuale. Se questa via fosse stata seguita, senza lasciarsi imprigionare, prima dall’averroismo, e poi dal kantismo, si sarebbero raggiunte due cose. Prima cosa: una teoria della conoscenza, sicura in se stessa. Seconda cosa: la comprensione al posto del fraintendimento di spiriti come Fiche, Shelling, ed Hegel, dei quali si dice ancora oggi che essi hanno intessuto un mondo di concetti astratti, proprio perché si è ancora irretiti nel kantismo, ed anche davanti al lavoro di Hegel, lo si considera un astratto.

Per penetrare nella cosa in sé, attraverso l’esperienza del concetto, occorre prima liberarsi del kantismo.

Si pensi di avere un sigillo sul quale sia inciso il nome “x”. Si imprima il sigillo nella ceralacca e poi lo si tolga. Nulla dell'ottone di cui è formato il sigillo passerà, ovviamente, nella ceralacca.

Se la ceralacca avesse conoscenza nel senso kantiano direbbe: “Io sono tutta ceralacca, e nulla dell'ottone penetra in me; dunque non c’è alcun rapporto in base al quale io possa conoscere alcunché circa la natura di quel che qui mi viene incontro”. Ma così dicendo, si dimentica totalmente la cosa più importante, e cioè: il nome “x” sta del tutto oggettivamente come impronta nella ceralacca, anche se nella ceralacca sia penetrato alcunché dell'ottone.

Finché si pensa in modo materialistico e si crede che, per stabilire relazioni, occorre che da un oggetto all’altro scorra materia, non si cessa di dire (anche teoricamente): “Io sono ceralacca. L’altro è ottone in sé. E poiché dell’ottone in sé, nulla può penetrare in me, anche il nome “x” non può essere altro che un segno, e la cosa in sé, che sta dentro il sigillo e che si è improntata, così che io la possa leggere, mi resta eternamente sconosciuta”. Questo è il ragionamento.

Ma se si continua fino in fondo questo paragone ne risulta: l’uomo è tutto ceralacca (rappresentazione), la cosa in sé è tutta sigillo (ciò che sta fuori della rappresentazione). E poiché io, come ceralacca (soggetto della rappresentazione) posso arrivare soltanto al confine del sigillo (la cosa in sé), in tal modo io rimango in me stesso, ed in me non passa nulla della cosa in sé.

Chi nella sua “forma mentis” è costretto a pensare che nulla della reale cosa in sé possa sorgere nella sua interiorità (per il fatto che nella sua attività interiore non può trasportarsi la materia della cosa in sé) è materialista, anche se, ammettendo l'esistenza dell’anima, crede di essere idealista.

Finché alla teoria della conoscenza si applicherà il materialismo non si scoprirà mai l’essenziale. E la scienza di oggi non solo deve ancora superare il materialismo, ma si è talmente immersa in questo modo di pensare, che non riconosce più come tale il suo stesso modo materialistico di rappresentare.

Ciò che resta valido è che: l’uomo non va al di là delle sue rappresentazioni, ma quello che gli giunge dalla realtà, può riconoscerlo come spiritualità, e non occorre che atomi materiali passino dall’oggetto a lui. Nulla di materiale penetra nel soggetto, eppure lo spirituale passa nel soggetto, così come il nome “x” passa nella ceralacca.

 

ESPERIMENTO DEL CONCETTO E SENSI “NUOVI”

Si delinea ora un’altra cosa dell’insegnamento di Aristotele.

Aristotele ha indicato che nell’esperienza umana si deve necessariamente distinguere tra ciò che è forma e ciò che è materia. Nel processo conoscitivo si arriva, come è stato fin qui descritto, fino alla forma.

Occorre ora chiedersi se non vi sia forse anche la possibilità di arrivare fino all’elemento materiale.

Sia beninteso che per formulare una domanda come questa, occorre porsi dal punto di vista di Aristotele, o dell’uomo antico, dato che per “materiale” egli non intende solo la materia fisica. A questo proposito sottolineo che  nell’antica lingua sanscrita, per es., non si trova alcuna parola che possa pur approssimativamente tradursi con “materia” nel senso in cui la intendono i fisici moderni. In sanscrito il termine “prakriti” significa infatti “sostanza” (in contrapposizione a “purusha” che significa “essenza”). Dunque, nel senso della comprensione aristotelica di materia in quanto sostanza, cioè di tutto ciò che, anche come elemento spirituale, sta a base della realtà (sostanza = sub-stare), ci si può chiedere ora se esiste la possibilità di comprendere non solo ciò che passa dall’oggetto all’essere umano, bensì anche dell’eventuale sua possibilità di entrare dentro le cose, e di identificarsi con la materia.

Secondo Aristotele, il pensiero puro può essere qualificato come “attualità”, vale a dire come pura forma vivente in atto, tale che immediato come si presenta,  è vuoto di contenuto, rispetto ai vari oggetti immediati della realtà sensibile.

Per la giusta considerazione di come sorga il concetto puro in contrapposizione alla percezione, si immagini di voler formare il concetto del cerchio. È possibile fare questa esperienza in due modi, attraverso i soli cinque sensi riconosciuti dalla fisiologia ufficiale, oppure attraverso gli altri sette sensi che la fisiologia ufficiale deve ancora riconoscere. Nel primo caso, si può sperimentare il cerchio navigando per esempio sul mare finché tutt'intorno non si veda che acqua. In questo modo, è tramite l'oggetto di percezione che ci si può formare la rappresentazione di un cerchio. Nel secondo caso, si può arrivare al concetto di cerchio senza fare alcun appello ai cinque sensi ordinari, ma costruendo nel proprio spirito, la somma di tutti i punti che sono ugualmente distanti da un punto dato. Per formare questa costruzione che si svolge totalmente nell'intimo della vita del pensiero, non c’è bisogno di fare appello a qualcosa di esteriore; e poiché questo è assolutamente pensiero puro, in senso aristotelico: “pura attualità”, c’è bisogno soltanto del senso del pensiero, che è uno dei sette sensi, che la scienza ufficiale della scuola dell’obbligo deve ancora riconoscere.

 

PENSIERO PURO COINCIDENTE CON L’ESPERIENZA

A questo punto, entra in gioco qualcosa di straordinario: ci si accorge che quei pensieri puri che vengono così formati, coincidono con l’esperienza e che, anzi, senza di essi, l’esperienza non può neanche venir compresa.

Uno scienziato che, tramite pura costruzione di pensiero, elaborò un sistema, poi rivelatosi coincidente con la realtà, fu Kopernico. Esclusivamente attraverso pensiero puro, egli dimostrò come i pianeti non possono che percorrere orbite ellittiche, mentre il Sole si trova in uno dei due fuochi. E infatti, solo successivamente, Kopernico poté constatare attraverso telescopio, che l’osservazione coincideva col pensiero puro, concepito prima dell’esperienza.

Ciò significa di conseguenza anche un’altra cosa: col suo procedere, Kopernico illustra di fatto ciò che l’aristotelismo ha fondato teoreticamente: egli infatti afferra ciò che appartiene agli “universalia post rem” e, accostandosi alle cose, trova che questi “universalia post rem” sono stati prima posti nelle cose, come “universalia ante rem”!

Se dunque si considerano gli universali non come semplici rappresentazioni soggettive, secondo una teoria errata della conoscenza, ma si riconosce che essi si trovano oggettivamente nelle cose, ciò significa che essi vi erano anche prima - Aristotele direbbe: “vuol dire che erano stati posti lì dalla divinità” - dunque che prima erano stati posti, dalla divinità, dentro la forma che Aristotele suppone sia alla base del mondo.

 

IL LUOGO DELL’IO

Ora è il momento di chiedersi: dov’è la via per generare nel pensiero puro non soltanto la forma, ma assieme alla forma anche la materia? Se infatti si trovasse un quid che generasse - insieme alla forma - anche la materia, si poggerebbe su un punto assolutamente saldo di questa gnoseologia.

Per trovarlo, occorre integrare Aristotele con Fichte.

Secondo Aristotele, si può arrivare prima di tutto alla formula: “tutto ciò che ci circonda, compreso quello che appartiene ai mondi invisibili, rende necessario che al lato formale della realtà si possa contrapporre qualcosa di immateriale”. Per Aristotele il concetto di Dio è pura attualità, atto puro, vale a dire: è tale che in esso l’attualità, cioè il dar forma, ha contemporaneamente la forza di produrre la sua propria realtà, dunque di non essere qualcosa a cui sta di fronte la materia, ma qualcosa che, nella sua pura attualità, è al contempo piena realtà.

L’immagine di questa pura attualità si trova nell’uomo stesso quando, mediante pensiero puro, egli si innalzi al concetto dell’“io”.

Fichte giunge nella sua interiorità a qualcosa che, vivendo nell’attualità, produce, assieme a questa attualità, la sua materia.

Infatti non appena l’essere umano abbia acquisito la laurea universitaria che non neghi l’universalità (per ottenere la quale occorre una facoltà reale, non necessariamente cartacea), vale a dire: non appena abbia la facoltà di afferrare l’io nel pensiero puro, egli si trova in un centro in cui il pensare puro produce contemporaneamente la propria essenza materiale.

 

TRIARTICOLAZIONE DELL’IO

Afferrando l’io nel pensare, egli scorge infatti che tale “io” è universalmente triarticolato:

 

1) un’io puro, appartiene agli universali “ante rem”;

2) un’io, in cui egli è se stesso, e che appartiene agli universali “in re”;

3) ed un io che viene da lui compreso, e che appartiene agli universali “post rem” (5).

 

Qui è un altro fatto straordinario riguardante l’io (quando si giunga ad afferrare davvero la sua portata): questi tre “io” vengono a coincidere.

Se si comprende davvero questo, si sa che l’io vive in sé nella misura in cui produce il suo concetto puro, e che può vivere nel concetto come realtà. Anche questo dovrebbe entusiasmare, proprio nella misura in cui “entusiasmo” significa etimologicamente “avere Dio dentro”!

Infatti per l’io non può essere indifferente ciò che il pensiero puro fa, perché il pensiero puro è creatore dell’io. Qui il concetto dell'elemento creatore coincide con l’elemento materiale. La cosa è davvero straordinaria, in quanto se in tutti gli altri processi conoscitivi si deve necessariamente urtare con un limite, nell'io questo non avviene, dato che l’io lo si abbraccia nel suo essere intimo, in quanto lo si afferra nel pensiero puro.

Ecco dunque perché si può dare con ragione una base teorica alla proposizione che anche nel pensiero puro è raggiungibile un punto in cui realtà e soggettività coincidono totalmente, e nel quale l'uomo sperimenta la realtà.

 

L’ECONOMIA MONDIALMENTE UCCISA

Se si percorre questa via si finisce per ammettere che da essa si può entrare nella filosofia reale intesa come scienza dello spirito. Una minima parte dei filosofi  è disposta ad ammettere tale via, dato che costoro si sono impigliati in una rete di concetti, fatta solo da loro stessi. E poiché conoscono il concetto solo come qualcosa di astratto, non possono afferrare quell’unico punto in cui esso è archetipicamente creativo. Perciò non possono neanche trovare cosa alcuna che consenta loro di congiungersi con la cosa in sé.

Qui sta la causa principale del loro dipendere dal “sistema” e della loro schiavitù, dato che in tal modo il pensare umano da mezzo diviene fine: essendo incapace di afferrare la realtà, lo si usa non più intelligentemente ma tutt’al più furbescamente, ma sarebbe meglio dire “leccaculisticamente”, accodandosi con salamelecchi pecoroneschi ai signori del dio pecus mobilitati a depredarli scientificamente e democraticamente di pecunia.

 

 

Sous l'égide de l'UNESCO, certaines Universités européennes contribueront à ce projet par leur expertise dans le domaine des Formations ouvertes et à distance afin de créer un Réseau de 15 "Centres Avicenne de la Connaissance" (AKCs).

Così, mentre in una zona del pianeta il marxismo è dovuto morire di logica morte, appunto perché tradotto nelle strutture economiche e socili-politiche previste dalla sua morta dialettica, in altre vaste zone la sua cadavericità si diffonde e si riattizza di vita automatistico-tecnologica, tendente ad attuarne, mediante nuove strutture economico-sociali, la seconda morte. La  cadavericità mondiale marxista è il logico graduale compimento del secolare processo dialettico e analitico-metodologico, ultimamente fornito di mistica necessità, dalle solite neo-sovietiche argomentazioni chiesastiche.

LA PIENA REALTÀ

A scanso di equivoci, tengo a sottolineare che sono ben lontano dall’attribuire ai filosofi materialisti di ieri e di oggi, d’importazione o nostrani, da Cacciari fino a Reale, la causa dei mali del mondo. Tutt’al più posso comprendere il giudizio su questa genia di pensatori dato da Max Born, premio nobel per la fisica nel 1954, e cioè che costoro “muovendosi in mezzo al concetto di infinito senza l’esperienza e la precauzione dei matematici, sono come navi immerse nella nebbia in un mare pieno di scogli pericolosi, e ciononostante felicemente ignari del pericolo” (6).

Infatti, la stessa visione dell’assoluto sensibile di Marx, Feuerbach, Lenin, Trotzkyi, ecc., non è una causa, bensì una conseguenza. La causa di ciò non va ricercata in dottrine sociali o politiche, o in un sistema dialettico, ma in qualcosa che è prima, e che persiste tutt’ora. Si tratta di un culto metafisico-mistico, mirante a voluttà meditative ed estatiche, piuttosto che a conoscenze liberatrici. La causa va ricercata in discipline del sentimento e dell'intelletto, che sviluppano un tipo psichico di forza, a condizione che non sorga l'autore, l'io, cioè l'essere indipendente non soltanto dalla psiche, ma anche dalle facoltà interiori; a condizione che non sorga colui che usa le facoltà in quanto è lo Spirito.

L’attuale ipnosi gnostica è identica a quella che l’anima occidentale subì ad opera dell’aristotelismo arabico, vale a dire della metafisica senza io, e della Logica senza Logos.

L’“in sé” kantiano risponde in sede spiritualistica all’“in sé” del “corpus” rituale e delle discipline degli attuali metafisici, il cui compito è prospettare un’esperienza trascorsa dello Spirito, articolata in tutte le sue analogie e i suoi nessi, da cui il soggetto umano sia dipendente. Per cui l’indipendenza viene trasferita all’ente metafisico, ritenuto reale fuori dallo Spirito che lo metafisicizza.

Per riconoscere l’io come quel quid mediante il quale è possibile comprendere l’immergersi dell’interiore attività umana nella piena realtà, bisogna accuratamente badare di non cercare il vero io nella coscienza ordinaria che di esso si ha. Se cadendo in tale confusione, si volesse dire come Cartesio: “Io penso, dunque sono” si dovrebbe ammettere che per tutta l’estensione dell’“io penso” ancora non si è. Inoltre si sarebbe confutati dalla realtà ogni volta che si dorme, dato che nel sonno si è, sebbene non si pensi. Il pensiero non garantisce la realtà dell’io. Questo è certo. Ma altrettanto certamente è vero che soltanto mediante il pensiero puro, il vero io può essere sperimentato. Chi pensa soltanto, non arriva all’idea dell’io. Chi vive quel che nel pensiero puro può essere vissuto, in tale sperimentare l’io mediante pensiero, trasforma in contenuto della propria coscienza una realtà che è contemporaneamente forma e materia. E nella misura in cui nel pensiero puro si ha il vero io come esperienza, si impara a conoscere che cosa sia la piena realtà. Da qui si può procedere oltre, cioè ad altri campi della piena realtà (si entra nella realtà intuitivamente; intus-ire è riportato nel suo vero significato di movimento vivo, che Kant ha sacrificato come un sacerdote dell’ “ignorabimus”).   

NOTE 

(1) Herbert Hann, “Pedagogia e religione”, Ed. Filadelfia, pag. 14.   

(2) Intendo col termine “soprasensibile” non qualcosa di vago o di mistico, bensì la peculiare caratteristica di percepibilità di ulteriori sette sensi umani, non ancora accettati dalle scuole di Stato e dalla fisiologia scientifica ufficiale, come invece lo sono i cinque sensi ordinari. I sette sensi che la scuola dell’obbligo deve ancora riconoscere come reali sono: il senso della vita, quello dell’automovimento, il senso statico o di equilibrio, il senso del calore, quello del linguaggio, il senso del concetto o del pensiero, e quello dell’io. Tutti e sette questi sensi sono indagabili e dimostrabili attraverso l’identico criterio usato per la determinazione degli altri cinque: la percepibilità immediata, la quale per essere tale, deve precedere l’intelligibilità  del percepito, la quale operando come mediazione ne escluderebbe l’immediatezza. Sono, pertanto, tutti e dodici: sensi di percezione. Vedi anche:

http://antigattopardo.splinder.com/post/9249232/Il+senso+del+senso

http://antigattopardo.splinder.com/post/9249330/Nuovi+sensi+per+i+politici+del+futuro

http://bufala.spazioblog.it/10480/sensi.html

(3) Vedi per esempio le affermazioni su Averroè fatte nella trasmissione “Ballarò” di martedì 19 settembre 2006 (Rraitre) da Guglielmo Epifani -laureato fra l’altro “a pieni voti” (!), come si legge nella biografia sul sito Cgil, in Filosofia nel ’73, alla Sapienza di Roma con una tesi su Anna Kuliscioff, la femminista riformista storica, compagna di Filippo Turati - identiche a quelle de “l’Unità” del 20/11/2001: “senza questo grande filosofo medioevale anche alla nostra cultura potrebbe mancare un pezzo essenziale: la fiducia nella ragione umana”, grottesca menzogna, dato che con Averroè bisognerebbe parlare non di “fiducia nella ragione umana” ma casomai di materialismo della ragione umana, o di fondamenti antichi del materialismo dialettico, o del materialismo storico, e/o della negazione dell’io!  

(4) K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818: “Fin dalla nascita le grandi banche, agghindate di denominazioni nazionali, non sono state che società di speculatori che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l'accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto per cento, contemporaneamente era autorizzata dal Parlamento a battere moneta con lo stesso capitale tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d'Inghilterra stessa, diventasse la moneta con la quale la banca stessa faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per averne in restituzione di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua verso la nazione, fino all'ultimo centesimo che aveva dato”; e ancora: “Il fatto che un risparmio nazionale si presenti come profitto privato, non scandalizza per niente l’economia borghese, poiché il profitto in genere è comunque appropriazione di lavoro nazionale. C’è forse qualche cosa di più pazzesco dell’esempio offertoci dalla Banca d’Inghilterra per il periodo 1797-1817? Mentre le sue banconote hanno credito unicamente per il fatto di essere garantite dallo Stato, essa si fa pagare dallo Stato, e quindi dal pubblico, nella forma di interessi sui prestiti, per il potere che lo Stato le conferisce di convertire questi stessi biglietti di carta in denaro e darli poi in prestito allo Stato” (ibid. pag. 635). Va inoltre sottolineato che anche sul piano critico del linguaggio, la parola “comunismo”, o “essere di sinistra” “assume per la maggior parte della gente il significato di una specie di comproprietà. L’uomo ingenuo pensa che col sistema comunista o con le sinistre o con il centro sinistra, si debba dividere qualcosa. È ovvio pertanto che il povero è oggi tendenzialmente comunista. Ma si deve chiarire che comunismo non è comproprietà, perché comproprietà è un modo di essere della proprietà privata. Comunismo vuol dire invece coincidenza del potere politico col potere patrimoniale, cioè “governo proprietario”, non “popolo proprietario”. La domanda chiave da proporre ai politici di sinistra o di destra dovrebbe allora essere: diteci se volete realizzare proprietà di popolo o proprietà di governo. La risposta a questa domanda dovrebbe essere chiara, perché la storia ha insegnato che il comunismo è proprietà di governo. Occorre allora battersi per la proprietà dei cittadini! Ma i deboli di pensiero imperano... Il dilemma per tutti i politici è dunque: Stato sovrano rispetto ai cittadini, o cittadini sovrani rispetto allo Stato? O meglio: Stato, padrone dei cittadini, o cittadini, padroni dello Stato? O meglio ancora: comunismo o sovranità cittadina? Cos’è che è vero per voi? Per quale verità optate? Per quale pensiero? Optate per il pensare meramente logico (del cumino e dei trattati universitari di economia), o per quello conforme alla realtà?” (Cfr. “A ciascun cittadino una quota del reddito del capitale dello Stato”, N. Villa, LIBERTÀ del 30/03/06).

http://blog.azpoint.net/blog/nereo_villa/archive/2006-08-28/9829_30_marzo_2006_-_a_ciascun_cittadino_una_quota_del_reddito_del_capitale_dello_stato.htm

(5) Faccio notare a questo proposito che la formula del rito “Per Cristo, con Cristo e in Cristo” della preghiera eucaristica relativa al rito della messa, acquista il suo significato nella misura in cui, attribuendo al “Cristo” la sua tri-unità di involucro dell’io umano, si sa cogliere la congruenza cristica che ciò comporta, per esempio l’io “ante rem” in rapporto al “con”, l’io “in re” in rapporto all’“in”, e l’io “post rem” in rapporto al “per”! 

(6) in Enrico Bellone, “La scienza negata”, Ed. Codice, 2005.

Bibliografia essenziale:

R. Steiner, “Filosofia e antroposofia” (1904), Ed. Antroposofica.
Massimo Scaligero, “La logica contro l’uomo”, Ed. Tilopa, Roma, 1967

Ecco perché anche il fatto economico da mezzo diviene fine, non soltanto ad opera del materialismo marxista, ma regolarmente ad opera del materialismo economico attuale, cioè anche di sistemi che sembrano opporsi al marxismo, essendo questo fatto il prodotto del pensiero comune ad entrambi le parti, incapace di afferrare nella realtà economica qualcosa che non sia numericamente misurabile.